AFFRONTARE COMPOSITIVAMENTE L’ELABORAZIONE CORALE DI UN CANTO POPOLARE

Provenendo da una famiglia di cantori popolari, sono profondamente convinto, avendo praticato lungamente il cosiddetto canto “spontaneo”, che un brano popolare per essere eseguito, non necessiti di un intervento compositivo atto a crearne, ad esempio, un “rivestimento armonico”. Ciascun canto, infatti, è già nella forma monodica una composizione musicale compiuta: avendo superato l’inesorabile “vaglio del tempo”.

Allora vi chiederete perché, nella mia produzione compositiva, abbia dedicato così tanto tempo ed energia alla costruzione di nuove elaborazioni corali di canti popolari.

La prima motivazione è che oggi queste modalità di canto non sono più praticate in forma spontanea, se si escludono le rare eccezioni di carattere indotto, poiché i rituali a cui questi canti erano legati, se ne sono andati, con il declino lento e inesorabile della cosiddetta “Civiltà Contadina”.

Pochi, purtroppo, sono i depositari di questo fantastico “mondo perduto”, ancor’oggi in vita.

La causa principale sta nel fatto che il naturale passaggio di questi canti, che venivano tramandati in forma orale di generazione in generazione, si è interrotto.

Ciò è dovuto, in particolare, al repentino cambiamento di usi e costumi avvenuto nel periodo coincidente con la Terza Rivoluzione Industriale nella seconda metà del secolo scorso.

In questo periodo si è assistito all’abbandono delle campagne in favore delle città, da parte delle classi subalterne; che di fatto erano quelle che praticavano tale tipologia di canto.

Dalla pratica del cantare vista come tramite di socializzazione e appartenenza ad una comunità, si è gradatamente “scivolati” all’ascolto.

L’individuo, nei pochi decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è divenuto, così, da testimone attivo di una civiltà propria, ad ascoltatore passivo, fino a consumatore, di musica altrui.

Detto ciò, credo che la riproposizione in pubblico di un canto popolare nella forma elaborata per coro, sia una dei pochi mezzi a nostra disposizione perché il canto stesso possa essere accettato e di conseguenza conosciuto anche dalle giovani generazioni e da quest’ultime rivitalizzato.

Il secondo motivo è rappresentato dalla mia affezione ai canti popolari.

Essa mi spinge a prendere spunto da essi, in quasi tutte le mie composizioni, essendo questi canti, per me, un’inesauribile fucina d’ispirazioni.

Così essendo profondamente debitore ai canti popolari, cerco, tramite le mie elaborazioni corali, di esaltarne i valori, musicali ed umani, intrinsechi ad essi.

Il primo obiettivo che mi pongo quando comincio il lavoro di elaborazione di un canto popolare è sicuramente quello di analizzarne i vari parametri in esso contenuti, quali, ad esempio: il testo, il ritmo, il metro, l’excursus melodico, ecc..

Dov’è presente, inoltre, ascolto, con attenzione, il materiale sonoro registrato del canto stesso e

delle più o meno numerose varianti melodiche, per poterne carpire ogni singolo dettaglio.

Ricercando i canti popolari sul campo la prima pratica importante per conoscerli è quella di unirsi ai cantori, provando ad accennarne, naturalmente “ad orecchio”, il motivo musicale.

Quest’ultimo in gergo popolare è definito “aria”, forse perché il canto stesso muoveva l’aria o semplicemente perché le vibrazioni sonore si muovono nell’aria.

Sicuramente, ciò rappresenta il primo importante passo da compiere, per potersi immergere nel fantastico ed unico “mondo sonoro”, che ciascun canto popolare rappresenta.

Naturalmente si può adottare l’accorgimento di registrare i cantori tramite un registratore audio digitale; ma sempre con la massima discrezione e sensibilità, per evitare di “rompere la magia” del momento, o, ancor peggio, tradire la fiducia di chi ci fa dono di questo canto, che a tutti gli effetti rappresenta una parte di sé.

Oggi, fissare i dati sonori, è assai più facile ed economico rispetto ad un tempo, essendoci in commercio dei piccoli apparecchi di ottima qualità ad un prezzo molto ridotto.

Nell’ormai lontano 1987, quando iniziai ad aiutare l’amico Paolo Bernardini a svolgere il lavoro di ricerca sui canti popolari nella zona dell’Alto Appennino Bolognese Occidentale, avevamo a disposizione i primi rudimentali registratori audio a cassette.

Quest’ultimi per praticità e minor costo avevano, già allora, quasi totalmente soppiantando nel lavoro sul campo, i vecchi e più professionali registratori a bobine, i quali fissavano l’audio su supporti magnetici a nastro.

Il secondo passo importante dopo aver registrato un canto è quello di trascriverne ogni dettaglio: altezze (porgendo molta attenzione a fissare anche i suoni non temperati), dinamiche, varie nuance interpretative, portati, glissandi, uso del vibrato, ecc..

Quando sono immerso nel lavoro di elaborazione di un canto popolare, cerco di farlo con interventi compositivi che non ne stravolgano l’essenza, ma anzi, ne esaltino le singole caratteristiche musicali e testuali, in essi presenti.

Quasi sempre traggo le tecniche compositive dal canto stesso, sfruttando nella creazione del contrappunto e dell’armonia, molti elementi già presenti nel canto.

Non credo affatto nel concetto di “appiccicare” un’armonizzazione in stile classico ad un brano di epoca precedente oppure di epoca successiva. L’elaborazione, inoltre, deve essere assolutamente personale.

Talvolta il canto popolare stesso mi suggerire i rapporti armonico-contrappuntistici tra le varie voci in pochi minuti.

Alle volte, invece, mi occorrono giorni oppure mesi per trovare il giusto approccio alla stesura delle varie parti vocali.

Allo stesso tempo il lavoro di ricerca, trascrizione, catalogazione ed elaborazione di un canto popolare è un’operazione estremamente importante, perché le diversità, presenti in ciascuna comunità, non lascino il campo all’omologazione.

Perciò i pericoli in cui incorre un musicista contemporaneo nell’affrontare il lavoro di elaborazione di un canto popolare sono principalmente due.

Il primo è quello di creare un’elaborazione troppo semplice e scontata che non esalti le caratteristiche del canto.

Il secondo è quello di operare un procedimento compositivo troppo invasivo che vada ad appesantire il canto.

Gli interventi troppo drastici dal punto di vista dell’armonia e del contrappunto possono stravolgere il carattere di un canto a tal punto che, all’ascolto, le parti aggiunte dal compositore possano risultare totalmente estranee al canto stesso.
Elaborare un canto popolare è un’operazione assai delicata, simile al lavoro svolto da un cuoco,
il quale ha il compito di creare un buon piatto avendo a disposizione degli ingredienti già pronti, che sono quelli presenti nel canto stesso, ma potendone aggiungere anche altri, quelli che il compositore ha dentro di sé, sempre, però, cum grano salis. Il nostro compito è infine quello di riconsegnare il canto alla gente, dopo averlo lavorato con arte e passione, impreziosendolo e sperando che questa nuova composizione possa far breccia nelle “anime” di ciò che resta del popolo.

Se ho cominciato il lavoro di ricerca e di elaborazione dei canti popolari lo devo, in particolare, ad una persona che con la sua passione, competenza ed amore me ne ha fatto appassionare.
Sto parlando del compianto Giorgio Vacchi (1932-2008).
A dieci dalla sua scomparsa questo mio breve articolo vuole essere un piccolo omaggio per poterlo ricordare.

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Daniele Venturi

Daniele Venturi nasce a Porretta Terme (Bologna) nel 1971 da una famiglia di cantori popolari ed entra a far parte di un coro fin dalla tenera età. In seguito studia composizione con Gérard Grisey, Giacomo Manzoni, Fabio Vacchi, Ivan Fedele e Luis de Pablo e direzione d’orchestra con Piero Bellugi, diplomandosi in Musica corale e direzione di coro con Pier Paolo Scattolin al Conservatorio G.B. Martini di Bologna e in Composizione. È fondatore e direttore del coro d’ispirazione popolare Gaudium (1992) e dell’ensemble vocale Arsarmonica (2006). Artista tra i più apprezzati della sua generazione, sin dagli esordi si distingue per la scrittura lirica e il raffinato gusto armonico e contrappuntistico.

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