“CJALCJUT”-ANALISI DEL BRANO DI MARCO MAIERO

Sono molto grato al direttore editoriale della rivista, Niccolo Paganini, per avermi proposto di inserire un mio canto nelle pagine di Farcoro. Il direttore mi ha anche invitato a produrre alcune riflessioni analitiche su di esso. Ho scelto un canto dal titolo “Cjalcjut”, inserito nell’ultimo CD – “In cammino” – realizzato col coro Vôs de mont” che, da sempre, e la voce indispensabile delle mie invenzioni. Penso che il canto riassuma in modo abbastanza completo il mio pensiero sulla musica corale. Cerchero di spiegarne il perche. Inserisco subito il testo.

Sbilf Cjalcjut,
sbilf dispiet di pôre,
sbilf di brute vôre,
tu ti sentis sôre il stomi,
grevi su la plete;
tu balinis, moscje mate,
tune gnot çuete.
Sbilf Cjalcjut, sbilf Cjalcjut,
sbilf dispiet di pôre,
sbilf di brute vôre:
ce ridade sbeleade…
ah! ah! ah!
Sbilf Cjalcjut,
sbilf dispiet di pôre,
sbilf pelôs, sbilf bavôs,
sbilf gherdei, vididulaç,
bâr di baraç…
Sblf Cjalcjut…
ghez, cor fûr, va in na!
e la traduzione:

Sbilf Cjalcjut,/ fai paura con i tuoi dispetti;/ il tuo è un
brutto mestiere:/ ti siedi sulla coperta/ e premi con forza
sullo stomaco;/ sei inquieto e ti agiti/ come una mosca
matta/ in una notte zoppa./ Sbilf peloso, sbilf bavoso,/
sbilf “attorcigliato”,/ come un rampicante,/ un groviglio
di cespugli./ Che risata beffarda … ah, ah, ah./ Su, fuori
di qua, vattene!

Ecco di seguito le riflessioni analitiche. Come si puo notare, Cjalcjut ha dei fratelli e fa parte di una suite. In tutto il mondo la tradizione popolare ha animato l’ambiente quotidiano con personaggi fantasiosi e bizzarri. Diavoli e fate, omuncoli e streghe dai nomi e dalle fattezze più impensabili hanno fatto compagnia da sempre ai sogni e alle stagioni. La tradizione friulana racconta degli Sbilfs. La sequenza dei tre canti ne descrive altrettanti, ma senza necessità di filologiche precisioni. Il Cjalcjut, severo visitatore delle notti insonni, che si siede sullo stomaco e ci fa venire gli incubi. E se la ride anche! Il Cascugnit, metà uomo e metà asino, che suona il flauto e incanta le donne. Il Mazarot, burlone invisibile, che ci sposta le cose e poi ci inganna se cerchiamo di inseguirlo. I canti, come già segnalato nella nota, sono eseguibili sia autonomamente sia in sequenza. Nervoso e serrato, il ritmo del Cjalcjut mette a fuoco il vortice insolvibile dell’incubo. L’atmosfera fluttuante del Cascugnit cerca di indurre al sonno. Nel Mazarot, lo scanzonato sberleffo iniziale, lascia spazio ad una vorticosa descrizione delle sue malefatte e ad una divertente fuga che si conclude con le “sgangherate” armonie finali. Come si può ovviamente comprendere, la lingua usata è quella friulana e capisco che la scelta di proporre un canto in una parlata minore e misteriosa può generare un approccio almeno un po’ cauto, sia nel lettore sia in chi volesse considerare di inserire Cjalcjut in repertorio. Generalmente produco canti in italiano, ma ho scelto questo perché il friulano, analogamente a molte altre lingue e dialetti (ma non all’italiano), ha la caratteristica di usare quasi sempre parole tronche e si rivela lingua musicale per eccellenza, una lingua che può rendere il canto, nella sua interiorizzazione e nella sua successiva potenzialità espressiva, estremamente efficace. Nella mia prassi compositiva cerco sempre di far nascere i canti da un’interazione tra il suono delle parole e l’evocazione da parte di esse di un percorso melodico. Un percorso quasi obbligato già contenuto in ogni vocabolo e in ogni verso, solo da scoprire. Anche in Cjalcjut è successo così. Il testo, solo in apparenza di intento esclusivamente descrittivo, evoca una particolare atmosfera che oscilla tra una serpeggiante angoscia e il tentativo di renderla meno opprimente con l’uso di immagini banali che cercano di illuminare il nostro folletto in modo irriverente e sminuirne la forza. Il contesto, ovvero la presenza incombente e irritante dello sbilf Cjalcjut, mi ha suggerito l’inciso iniziale che ho sfruttato per l’intera durata del canto, riproponendolo in varie tonalità e in vari rivolti. È sempre lui che ronza e rispunta come si addice ai personaggi di una favola. La subdola pressione psicologica del Cjalcjut mi ha fatto pensare a un ritmo che prende l’unico respiro nel Pesante dei bassi delle battute 49/52; la sua risata, realizzata dapprima con le digressioni delle battute che vanno dalla 25 alla 32 e in altre successive, mi ha suggerito anche l’idea delle scalette di slancio melodrammatico sui versi che evocano la risata stessa. Mi hanno particolarmente impegnato, ma anche soddisfatto, il cambio di tonalità e la successiva fase modulatoria che racchiude il segreto del canto stesso. Accennavo prima al mio pensiero sulla musica corale. Partendo dal presupposto che la libertà e la conseguente varietà del pensiero musicale sono essenziali, ritengo che la cantabilità (di ciò sono grato a Bepi De Marzi che mi ha sempre suggerito di farne un faro imprescindibile), e l’aggancio emotivo suggerito da essa, debbano essere il più possibile presenti nei miei quadri musicali. Il mio desiderio è che l’ascoltatore possa sempre ricordare un inciso e portarlo a casa dopo un concerto. È vero che Cjalcjut non è un canto propriamente popolare nel senso della semplicità esecutiva, ma rappresenta, e ne sono esplicitamente orgoglioso, un modo di rendere cantabile e allo stesso tempo divertente e quasi spontanea anche una situazione armonica – come quella che va dalla battuta 37 alla battuta 52 – non propriamente scontata. Il segreto del canto sta nel poter proporre al cantore e all’ascoltatore una musica al tempo stesso ricercata e immediatamente fruibile e gratificante.

Marco Maiero con Bepi de Marzi

Marco Maiero con Bepi de Marzi

La struttura di Cjalcjut nella sua semplice modularità ha l’intento di dipingere con pennellate incisive e ricorrenti l’attimo di fosca atmosfera in cui ci trascina il terribile sbilf e, nel finale di sintetica matrice friulana, la tanto sospirata soluzione liberatoria. Ancor più liberatorio sarebbe sicuramente stato un finale in maggiore, ma il previsto aggancio ai canti successivi mi ha costretto a rinunciarvi, anche se la breve nota accentata finale non avrebbe comunque reso evidente la scelta.

Un accenno alle dinamiche solo per dire che hanno subito trovato la loro naturale collocazione, suggerita dallo sviluppo del canto stesso.

Ringrazio per l’attenzione e rimango a disposizione
di chi, per curiosità o altro, volesse contattarmi per
ulteriori approfondimenti.
Comunque potete venirmi a trovare qui:
www.marcomaiero.it.

Grazie dell’ospitalità e, come si dice da noi,
“Mandi!”

 

Il Coro “Vôs de Mont”

Il Coro “Vôs de Mont”

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Marco Maiero

E' nato a Tricesimo (Ud) nel 1956. Nel 1981 si è diplomato in trombone presso il Conservatorio "J. Tomadini" di Udine. Insegna educazione musicale nella Scuola Media. Ha fondato il coro "Vôs de mont" nel 1978 , col quale ha cominciato a proporre canti originali di cui è compositore e autore.

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