CONTO CENTO, CANTO PACE

“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio…” Il 24 maggio in questione era quello del 1915, e segnava l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Il Piave ha mormorato Conto Cento Canto Paceparecchio, e probabilmente sussurrato, pianto (a metà circa di questo cammino secolare si situa sulle sue sponde la tragedia del Vajont, con i quasi 2000 morti di Longarone, Erto e Casso) e urlato nei cento anni che ci separano da quella data. Proprio in occasione del centenario, domenica 24 maggio 2015 ha avuto luogo l’iniziativa, promossa dall’ASAC Veneto “Conto cento canto pace”, che ha visto radunati nello spazio – ormai irrevocabilmente destinato a manifestazioni artistiche – dell’Arena di Verona numerosissimi cori provenienti da tutta Italia (diciannove regioni su venti) e convenuti per fare memoria dell’evento bellico e contemporaneamente esortare alla pace come valore assoluto della convivenza tra i popoli. Chi scrive ha partecipato, con il coro da lui diretto, alla manifestazione areniana. A livello organizzativo la macchina dell’ASAC ha funzionato alla grande: se proprio vogliamo trovare il proverbiale pelo nell’uovo, la distribuzione dei biglietti, divisi nelle due tipologie “coro” e “ospiti pubblico”, concentrata in un unico punto si è dimostrata un po’ un collo di bottiglia, ma con un poco di pazienza (e i coristi ne hanno sempre tanta, figuriamoci i Maestri!) tutto si risolveva. Ciascun coro aveva il proprio segmento di Arena a disposizione, e dal momento che tutti si erano presentati con le loro sgargianti divise o costumi il colpo d’occhio, nell’Arena inondata di sole (per fortuna, visto che i giorni precedenti e quelli successivi sono stati di maltempo) era veramente eccezionale. Alle 19 tutti i cori erano dentro il catino areniano e si è presentato il Maestro Carlo Pavese per fare le prove dei brani che tutti avevamo imparato nelle settimane precedenti, e che erano riportati nel corposo fascicolo che veniva distribuito a tutti all’ingresso. Il primo approccio all’inevitabile “Signore delle cime” è stato decisamente traumatico, ma con dolcezza, pazienza e fermezza il M° Pavese è riuscito nell’improbo compito di far andare insieme tutta un’Arena cantante. Le prove si sono svolte in un clima sereno e festoso, mentre il pubblico raggiungeva lo spicchietto di gradinata che gli era destinato, visto che i cori occupavano quasi interamente l’Anfiteatro. Verso le 20 abbiamo terminato le prove e i più previdenti hanno cominciato a scartocciare panini e cibarie assortite, mentre gli altri si sono limitati a guardare con invidia (e fame…). La serata prevedeva anche interventi di autorità politiche e corali, una presentatrice, un attore, una banda di dimensioni assai generose, un’orchestra d’archi con gruppo di percussioni e i cori: quelli sul palco e quelli in platea e gradinata. Dopo i convenevoli ini- ziali il coro della SAT – unico ad esibirsi da solo – ci ha proposto una dozzina di brani del suo repertorio, raggiungendo le consuete vette vocali e interpretative che hanno fatto di questo sodalizio uno dei complessi più seguiti e “copiati” della nostra coralità. Dopo di loro è stato il turno del coro di voci bianche e femminili, ottenuto “fondendo” sotto la guida del M° Roberta Paraninfo numerosi cori di questa tipologia, diviso nelle tre sezioni canoniche di soprani, mezzosoprani e contralti, vestite ciascuna con un colore della nostra Bandiera; con l’ausilio degli archi e delle percussioni hanno eseguito alcuni brani della raccolta “Songs of Sanctuary” di Karl Jenkins, partendo dal conosciutissimo “Adiemus”. Sulla stessa falsariga il coro di voci maschili, diretto dal M° Mario Lanaro, conto cento canto paceottenuto nello stesso modo e comprendente anche il coro della SAT, e i cui brani erano introdotti – non accompagnati – da una chitarra classica e una fisarmonica. Infine il coro misto, di più di ottocento voci, che con l’ausilio della banda di 90 elementi ha presentato la Missa Brevis di Jacob de Haan sotto la direzione del M° Pasquale Veleno. A ben guardare tutti o quasi i brani presentati nella serata hanno robuste radici nell’epoca contemporanea (Jenkins e de Haan sono tuttora viventi) e dimostrano che il canto corale, anche sotto l’aspetto compositivo, è ancora vivo, vitale e in ottima salute. A raccordare le varie esecuzioni c’erano i canti dei cori sugli spalti e quelli generali, ai quali partecipavano anche il pubblico e i cori in palcoscenico. Erano i momenti di maggior coinvolgimento anche emotivo, aperti dall’Inno di Mameli (che ha un nome: il titolo ufficiale infatti è “Il canto degli italiani”, e Mameli ha scritto solo il testo, la musica è di Michele Novaro) e chiusi dall’anch’esso inevitabile “Va pensiero”, passando attraverso cose diciamo ovvie, come “Tapum” o “La leggenda del Piave”, o meno ovvie come “Il canone della pace” o “Signum”, ottenuta da un canone di Thomas Tallis. Inutile, ovviamente, cercare un livello artistico in queste esecuzioni, tanto più che purtroppo bisogna ammettere che non tutti i coristi si rendevano conto dell’indispensabilità del guardare il Maestro in quei momenti: parecchi stavano con il naso immerso nello spartito e cantavano non rendendosi conto di essere o parecchio avanti o parecchio indietro rispetto al passo del Direttore, totalmente avulsi dal contesto corale, e incuranti degli interventi che i Maestri del proprio coro o di altri cercavano di riportarli alla giusta sincronia. Ora, se questo non era un problema in canti prevalentemente all’unisono od isoritmici (Va pensiero, giusto per citarne uno) perché la massa se li portava via, nei canoni questo diventava davvero un problema. Nonostante questi problemi i canti d’insieme sono stati i momenti più “caldi” dell’intera manifestazione. La scelta dei canti e dei brani recitati ha ovviamente fatto riferimento alle tematiche della guerra e della pace, ed ha fornito numerosi spunti di riflessione personale. Il canto corale, l’essenza stessa del coro, che riassume e valorizza le differenze e le porta ad essere, sotto forma di polifonia, maggiori della somma dei singoli, è di per sé un inno alla pace. E chiudiamo citando il poeta – e uomo politico – senegalese Léopold Sédar Senghor: “Là dove senti cantare fermati, i malvagi non hanno canzoni”.

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Matteo Unich

Matteo Unich è diplomato in trombone presso il Conservatorio Martini di Bologna. Dirige il Gruppo Corale "Pratella-Martuzzi" di Ravenna, alla guida del quale ha compiuto alcune incisioni discografiche e numerose tournée all'estero. Ha poi contribuito alla fondazione del Coro lirico "R.Calamosca" di Ravenna, assumendone la direzione, e dopo la scissione di questo ha preso la guida del coro lirico "Angelo Mariani - Città di Ravenna" sorto nell'ambito dell'Associazione Musicale "La Nuova Fenice"

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