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IL CANTO D’ISPIRAZIONE POPOLARE IN ITALIA OGGI TRA LE “GENERAZIONI LIQUIDE”

Quando cominciai a cantare nel coro maschile del mio paese, il coro La Rocca di Gaggio Montano, nell’ormai lontano 1977, ero un bambino, o meglio ancora una delle mascotte del coro stesso. Si cantavano i cosiddetti canti d’ispirazione popolare, alcuni dei quali tratti dal repertorio del leggendario coro della SAT di Trento, altri invece, provenienti dal repertorio del coro Stelutis di Bologna, fondato e diretto nel 1947 dal compianto Giorgio Vacchi (1932-2008).

Coro Stelutis

In quegli anni erano ancora forti nella memoria dei vecchi cantori i traumatici ricordi della Seconda Guerra Mondiale. Alcuni dei coristi erano fortemente legati ai cosiddetti canti degli Alpini, connessi a tali ricordi, altri, soprattutto quelli che la guerra l’avevano vissuta sulla propria pelle, preferivano brani più spensierati, quasi vi fosse in loro la volontà di dimenticare le sofferenze vissute. Ancor meglio credo che i canti più “leggeri” potessero contribuire a lenire un poco i loro dolorosi ricordi. Queste erano le mie empiriche sensazioni di bambino cantore. Ancor oggi credo che il privilegio di aver conosciuto queste persone, con il bagaglio culturale ad esse collegato, abbia decisamente condizionato il mio modo di affrontare la vita. L’esperienza corale vissuta in giovanissima età, inoltre, si è fortemente impressa nella mia mente e nel mio animo, divenendo guida ispiratrice del mio percorso artistico. Detto ciò, credo che i canti d’ispirazione popolare possano ancor oggi far breccia nei cuori delle giovani generazioni.
Ma in che maniera e soprattutto con quali modalità possiamo cercare di avvicinare i giovani, cantori e non, a questo fantastico mondo musicale, sonoro e culturale, apparentemente così distante dai loro gusti?

Prima di provare a darsi delle risposte, credo sia d’obbligo porsi un’ulteriore domanda: cosa ascoltano le cosiddette generazioni liquide? La mia eclettica attività di compositore, direttore di coro, direttore artistico di festival corali, commissario artistico e, soprattutto, di docente, mi offre diversi strumenti per trarre alcune risposte. I giovani amano in particolare la musica di facile ascolto, prediligendo le forme musicali che si ispirano alla primordialità musicale quali il Pop, il Rock e soprattutto il Rap. In quest’ultimo genere musicale il vuoto dei testi, spesso privi di contenuti, non è quasi mai colmato dall’altrettanto vuoto musicale; mentre l’aspetto ritmico prende il sopravvento rispetto agli altri parametri musicali. In tutti i generi associabili alla musica d’uso il fine principale dell’industria musicale è, infatti, quello di vendere il proprio prodotto e non quello artistico. Per far ciò gli autori del testo e della musica, dopo attenti studi ed indagini riguardanti i gusti e le tendenze giovanili, creano ad hoc prodotti o spesso sottoprodotti artistici.

Riflettiamo ora, con attenzione, su cosa fanno le istituzioni politiche, educative o artistiche per frenare questa veloce ed inesorabile deriva culturale, umana e artistica.

I vari governi, che nel corso degli anni si sono succeduti nel nostro amato Paese, salvo rare eccezioni, tramite scellerate manovre economiche, hanno continuato a tagliare, sempre di più, le già esigue risorse economiche destinate alla musica e alla cultura in Italia.

Le Istituzioni scolastiche, dal canto loro, strette tra la “morsa” di dover far quadrare i conti e allo stesso tempo di offrire un’accattivante offerta formativa, si sono dovute inventare complesse riforme scolastiche, spesso, ahimè, assai improvvisate ed inefficaci.

Gli enti lirici e concertistici, ad onor del vero, assai più sostenuti economicamente dallo Stato, invece, pur di continuare a riempire le sale, hanno dovuto, o voluto, accondiscendere i gusti musicali del pubblico odierno, sempre più contaminati dai generi musicali artisticamente meno elevati. Non è raro ai nostri giorni, scorrendo un qualsiasi cartellone di una grande istituzione concertistica o di un ente lirico, trovare la mescolanza di “oro ed ottone”. Ad un concerto tenuto da un grande solista o da una grande orchestra, infatti, è spesso giustapposto uno spettacolo di musica leggera, così come ad un opera lirica viene accostata  un forma riconducibile al musical.

Questo aspetto è assai preoccupante, se si considera il già striminzito spazio che viene assegnato alla musica d’arte, nei concerti, nelle radio, nelle tv e in ogni dove. In nome della pluralità dei linguaggi musicali, si concede sempre maggior spazio alla musica d’uso anche nei “luoghi sacri” adibiti alla rappresentazione della grande musica. Queste manovre hanno, allo stesso tempo, scopi commerciali e politici. I risvolti di queste scellerate scelte politiche hanno esiti assai negativi sulla collettività, andando a sottrarre preziosi spazi a tutta la musica d’arte, ed in particolare alla sperimentazione e alla musica di ricerca, che abbisognerebbero, per loro natura, di particolari attenzioni. Un altro caso assai preoccupante è rappresentato dalla formula dei concerti di massa. Tali faraonici eventi vedono la partecipazione di decine di migliaia di giovani assiepati negli stadi o nei grandi palazzetti dello sport e bombardati da quantità impressionanti di decibel. In questi concerti ci troviamo di fronte a “musica”, che per essere sopportata, o come dicono alcuni estimatori “gustata”, abbisogna dell’aggiunta di alcool e droga. Sia l’alcoolismo che la dipendenza da droghe, siano esse naturali o sintetiche, rappresentano delle notevoli piaghe sociali, che vanno a colpire, in particolare, i giovani, che sono gli individui più fragili ed indifesi.

Tutto ciò poco importa agli organizzatori di questi eventi di massa, i quali, con grande cura e abilità, attirano a loro i già “narcotizzati” giovani. Quest’ultimi, a loro volta, estasiati dalla presenza, in carne ed ossa, del proprio idolo del momento, sversano fiumi di denaro nelle casse dell’industria musicale.

Coro mani bianche del Veneto e Orchestra giovanile ‘Diego Valeri’

Concentrandoci adesso nello specifico sui cori giovanili italiani, cosa eseguono tali cori? Nella maggior parte musica pop arrangiata per coro, spesso giustapposta a musica d’arte tratta dal grande repertorio corale. Un repertorio che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni è rappresentato dalla “nuova” musica corale d’autore. Nella maggior parte dei casi si tratta di “informi melasse” musicali in stile Neotonale, assai meno interessanti della musica d’uso odierna.
I compositori stessi in nome della facilità di espressione ed esecuzione musicali, si ostinano a produrre composizioni atte a solleticare le orecchie degli ascoltatori, provando, disperatamente, a trarre ispirazioni da testi, spesso, altrettanto scarsamente ispirati.

In tutto ciò un ruolo determinante lo gioca anche la chiusura mentale di molti direttori, che si riflette in assai opinabili scelte artistiche. Dietro a tutto ciò si nasconde, nella maggior parte dei casi, la mancanza di preparazione dei direttori stessi e di conseguenza dei propri cori nel poter affrontare la musica corale d’arte, in particolare quella moderna e contemporanea.

Altro repertorio assai battuto dai cori giovanili sono le elaborazioni corali di canti Gospel e Negro spirituals. Premesso che si tratta di un repertorio di grande valore musicale e sociale, trovo assai fuori luogo che questi canti siano praticati da gruppi corali culturalmente così distanti rispetto alle fonti musicali originarie. Rare eccezioni di valore sono rappresentate dalle elaborazioni corali di grandi successi tratti dal repertorio dei cantautori italiani degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.
Gli arrangiatori, seppur abili, compiendo queste elaborazioni per coro non sono però esenti dal correre il rischio di travisare l’idea originaria dei canti stessi, depositari, nella maggior parte dei casi, di notevoli contenuti, soprattutto nella parte testuale. Assai più di rado si incontrano compagini corali che si confrontano con elaborazioni corali di brani di musica Jazz. La pratica di quest’ultimo genere musicale, invece, è assai interessante, perché spinge i giovani cantori in “mondi sonori” moderni e che spesso prevedono l’ausilio dell’aspetto estemporaneo dell’improvvisazione, assai formativo in età giovanile. Detto ciò è doveroso domandarsi: all’interno di questa “Babilonia” di composizioni corali che ruolo ha il nostro amato canto d’ispirazione popolare? Innanzitutto un ruolo formativo. Ciascun canto popolare ha al proprio interno un moltitudine di parametri musicali e funzionali, primo dei quali quello didattico. I canti popolari, tramandati oralmente per secoli, nella Civiltà Contadina hanno avuto tra le funzioni principali quella di educare alla vita i bambini e i ragazzi.

Si pensi ad esempio al grande valore formativo che avevano le filastrocche o canti enumerativi nella crescita culturale di ciascun individuo.
Tramite l’aspetto ludico del canto i giovani cantori, guidati da interpreti più esperti, allenavano, allo stesso tempo, le proprie abilità motorie e la propria memoria.
La naturale conseguenza di questo percorso didattico era il notevole miglioramento dell’apprendimento; fortemente connesso alla memorizzazione stessa.

Nell’era digitale di oggi, i bambini e i ragazzi sono, invece, continuamente bombardati da messaggi forvianti e fortemente distratti dalla tecnologia.
Questo continuo martellamento di veloci e frammentarie informazioni, sta gradatamente facendo perdere ai giovani la capacità di memorizzare dati a lungo termine, oltre che il gusto legato all’aspetto ludico del gioco reale. Tutto diviene virtuale: anche le emozioni.

Ritornando al mondo popolare, purtroppo, oggi i vari riti, annessi al rapporto con la terra sono andati irrimediabilmente perduti. I luoghi stessi rappresentanti i “teatri” rurali nei quali i canti popolari venivano praticati sono stati gradatamente abbandonati o hanno cambiato di funzione.

Assieme alle aie e alle stalle, purtroppo, stanno inesorabilmente scomparendo anche gli ultimi depositari di quel mondo: i cantori popolari. Così come il cibo lo si compra nei grossi centri commerciali, così anche la musica la si acquista nei grossi negozi e ultimamente, sempre più spesso su internet. Ma quale musica si compera e di che qualità?
Generalmente musica compressa nel formato audio mp3 e molto spesso di qualità bassa, sia tecnicamente che artisticamente.

Un aspetto importante, infatti, è rappresentato dallo “scarico” di un’enorme quantità di materiali musicali che vengono consumati, soprattutto dai giovani, senza soluzione di continuità. In ogni dove stazioni, aeroporti, parcheggi, ecc., si è bombardati dalla presenza di “musica”. Credo che ciò sia dovuto al fatto che l’individuo contemporaneo, sempre più sconnesso dal proprio contesto sociale, sia afflitto da una sorta di schizofrenico horror vacui.

Il silenzio, già relativo nelle nostre città, è stato soppiantato da una sorta di “tappezzeria sonora”, all’interno della quale l’aspetto rumoristico, gradatamente, ha preso il sopravvento.

Credo però che il fare coro possa essere, specialmente oggi, un antidoto fortissimo a tale degradata deriva.
Col canto d’assieme, infatti, si possono combattere sia la solitudine che l’isolamento sociale, condizioni di difficoltà assai comuni per l’uomo di oggi.

Non a caso nei paesi nordici il canto corale è assai praticato, in particolare, per combattere le malattie psicologiche depressive, strettamente connesse al cosiddetto Buio del grande Nord, quali, ad esempio, il Seasonal affective disorder (Disordine affettivo stagionale).

Le persone affette da questa patologia, infatti, tramite il canto e la Light therapy, terapia che prevede la simulazione della luce naturale tramite una lampada ad intensa luminosità  (10.000 lux), ottengono notevoli risultati nella cura delle problematiche relazionali connesse a questa forma depressiva. Ben lo sapevano anche i nostri vecchi cantori che, fortemente, si stringevano nelle lunghe veglie notturne, con l’utopico desiderio che esse potessero non finire mai. Uno dei motti dei cantori e dei suonatori popolari era proprio: che non venisse mai giorno!

Credo che nei prossimi anni assisteremo ad una notevole rivalutazione del canto popolare da parte delle giovani generazioni, che nauseate dalla mediocrità artistica dei prodotti proposti o imposti dai media, andranno alla riscoperta delle proprie radici culturali e musicali.

I maestri in questo processo avranno un ruolo cruciale. Essi, infatti, essendo depositari di un prezioso bagaglio culturale, dovranno avere la lungimiranza e la generosità d’animo di farsi da tramite tra i giovani e la bellezza; dalla quale essi sono, tutt’ora, fortemente attratti.

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Daniele Venturi

Daniele Venturi nasce a Porretta Terme (Bologna) nel 1971 da una famiglia di cantori popolari ed entra a far parte di un coro fin dalla tenera età. In seguito studia composizione con Gérard Grisey, Giacomo Manzoni, Fabio Vacchi, Ivan Fedele e Luis de Pablo e direzione d’orchestra con Piero Bellugi, diplomandosi in Musica corale e direzione di coro con Pier Paolo Scattolin al Conservatorio G.B. Martini di Bologna e in Composizione. È fondatore e direttore del coro d’ispirazione popolare Gaudium (1992) e dell’ensemble vocale Arsarmonica (2006). Artista tra i più apprezzati della sua generazione, sin dagli esordi si distingue per la scrittura lirica e il raffinato gusto armonico e contrappuntistico.

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