INTERVISTA AL COMPOSITORE SIMONE CAMPANINI

Simone CampaniniQual’è il percorso che ti ha portato ad avvicinarti alla musica corale?
Il mio percorso musicale ha origine piuttosto presto, fin dall’età della scuola elementare, dove ai corsi facoltativi sportivi ho preferito quello di musica; è stato però con l’iscrizione al Conservatorio che tutto ha cominciato a prendere forma, prima le medie, quindi il Liceo Musicale, dove ho avuto il primo contatto con la musica corale grazie al corso di Ugo Rolli. Nel frattempo ero entrato come corista nel Coro Giovanile della Corale “Città di Parma” diretto da Gianluca Ferrarini, ed è lì che è iniziato l’”amore” vero e proprio. Infatti il repertorio che da sempre ha suscitato in me maggiore attrazione è quello romantico e contemporaneo, ed ai concerti del Coro Misto della Corale “Città di Parma”, allora diretto da Mario Fulgoni, se ne poteva ascoltare tanto, con mia grande soddisfazione.

Tuttavia tu non hai seguito corsi di canto, ma di organo…
 Vero. Sono organista, allievo di Francesco Tasini prima, e di Stefano Innocenti poi, e credo fermamente che, ai fini della comprensione della scrittura corale, la letteratura organistica è quanto di più formativo ci possa essere, poiché da sempre fondata essenzialmente sul contrappunto polifonico; di conseguenza di esso è così diventato per me il linguaggio musicale più naturale, alla luce del quale osservare tutti gli altri. Un brano corale visto da un organista è qualcosa di estremamente familiare, sovente molto simile al repertorio propriamente strumentale, perfino nella condotta delle parti e nelle tessiture: da corista prima e da direttore poi, è assolutamente normale, mentre suono un ricercare oppure una fuga, sentire nella mia mente le singole parti cantate da un coro – nello specifico, dal mio coro – e condurle di conseguenza.
Si capisce immediatamente quando uno strumentista non ha mai provato a cantare ciò che suona, e per ‘cantare’ intendo averlo fatto con una conduzione della frase sensata e con i respiri necessari; nel repertorio contrappuntistico, questo andrebbe esteso a tutte le parti senza privilegi, o perlomeno, per me è ovvio pensarlo così.

Dunque l’organo come un coro?
Esattamente, ma non solo l’organo. Come dicevo prima, il saper cantare una frase ci da la possibilità di donarle un’anima e questo vale per qualsiasi strumento. Per la musica polifonica, invece, bisogna poter cantare tutte le parti e qui l’esperienza diretta del coro può veramente fare la differenza.

Hai accennato alla tua attività di direttore: quindi da corista sei diventato direttore della Corale “Città di Parma”.
Si, è andata più o meno così. Verso la fine degli anni ‘90, Mario Fulgoni per varii motivi decise di abbandonare la direzione del coro misto – la formazione degli ‘adulti’, per intenderci – e, dopo qualche anno di vicissitudini,  il gruppo rimase nuovamente senza direttore: eravamo, mi pare, tra gennaio e febbraio del 2003 con un Requiem di Mozart da preparare per giugno, ed è lì che dapprima come preparatore (il direttore del coro per quel Requiem era Martino Faggiani), poi come direttore vero e proprio, il mio ruolo all’interno della Corale è divenuto quello che è tuttora.

Nel tuo curriculum si legge un Dottorato di Ricerca in Ingegneria Industriale, dunque non solo musicista?
Allora, mettiamola così: esistono persone che hanno un’unica, forte passione o talento che seguono in ogni loro scelta di vita; io reputo costoro per certi versi fortunati, poiché a me è sempre toccato dividermi tra numerosi interessi che mi divertivano ed appassionavano. Così è stato per gli studi di ingegneria: prima la laurea in Ingegneria Elettronica, poi  la scoperta del gruppo di Acustica guidato dal prof.Farina col quale svolgo tuttora la mia principale attività lavorativa ed i cui campi di ricerca sono spesso a strettissimo contatto con musicisti o ambienti musicali. Uno dei nostri laboratori, per esempio, si trova presso la Casa della Musica di Parma.

Organo, direzione di coro, ingegneria, ma com’è arrivato il premio in composizione corale ad Arezzo?
Dal mio punto di vista c’è un fil rouge: scrivo musica perché mi piace costruire ed esprimermi costruendo qualcosa. Ma non ho cominciato presto. O meglio: ho sempre avuto la tendenza a scrivere note, ma fino a non troppi anni fa non l’ho mai coltivata seriamente. Il dover cercare repertorio per il coro che dirigo, però, mi ha dato una forte motivazione, poiché càpita che la letteratura disponibile non mi soddisfi, oppure che non esista, per esempio, l’elaborazione per coro di un particolare brano: i primi tentativi, infatti, sono proprio elaborazioni di canzoni di Gershwin, Cole Porter, ed altri brani piuttosto famosi come Les feuilles mortes, C’est si bon, Tea for two, My favourite things, ecc. dei quali non avevo trovato un’elaborazione corale e, quasi sempre, piuttosto che cercarne una ho sempre trovato molto più divertente scrivermela. Li abbiamo cantati spesso in concerto  ed alcuni funzionano piuttosto bene da un punto di vista corale. I brani originali, invece, a parte un paio di una decina di anni fa mai eseguiti, sono un fatto più recente. Il punto è che quando li ho inviati a dei concorsi, sono stati premiati.

Più di un concorso quindi?
La questione dei concorsi è iniziata alla fine del 2015, dietro ai suggerimenti di Giovanna, mia moglie anch’essa organista nonché docente di clavicembalo, che mi portò a casa un paio di depliant, quello del concorso Serenate di Calendimaggio di Assisi e Nella città dei Gremi… di Sassari. Due concorsi (nazionali), due premi, presi però in modo curioso, poiché nel primo caso il brano da me presentato era sostanzialmente fuori tema, ma ciononostante la giuria ha voluto all’unanimità che mi venisse comunque attribuito un attestato di merito, nel secondo, sempre la giuria all’unanimità ha chiesto che mi venisse assegnato il secondo posto anche se non previsto dal bando. Il terzo premio al Concorso Internazionale di Composizione Corale di Arezzo, invece, è stata davvero una sorpresa. Una gradita sorpresa!

Ci sono degli autori che hanno avuto o che hanno influenza sul tuo modo di scrivere?
Certamente sì. Io non sono diplomato in composizione, ma il corso di organo che ho seguito prevedeva una parte compositiva ed ancora ricordo con gratitudine gli insegnamenti del maestro Tasini; poi, come corista, il mio gusto è stato fortemente alimentato da Mario Fulgoni, splendido musicista della raffinatissima sensibilità cui sono e sarò sempre debitore: con lui ho conosciuto Poulenc, Brahms, Mendelssohn oltre che la sua stessa musica; l’aver cantato e gustato al pianoforte per conto mio più e più volte tanti loro brani è stata una lezione indimenticabile.  Poi ancora quattro autori, la cui musica, per molti versi praticamente opposta, non finisce mai di emozionarmi e stupirmi, al di là della musica corale: Rachmaninov, Debussy, Stravinskij e, necessariamente, Bach.

Come potresti descrivere il tuo modo di comporre?
Tutto inizia da un testo, a partire dal quale cerco di immaginarmi il brano. Sembra banale, ma ciò che conta è che il testo sia in grado di suscitare in me emozioni, a partire dalle quali nasce la musica. Emozioni che possono essere le più disparate, anche una sana risata, come è stato per il brano che ho scritto l’estate scorsa al Seminario Feniarco per Giovani Compositori di Aosta, il cui testo era uno scioglilingua inglese; oppure il meraviglioso suono delle parole del poema di Baudelaire che ho musicato nel brano presentato al concorso di Arezzo, Chant d’automne: in quel caso nel mio immaginario il significato del testo è rimasto decisamente in secondo piano rispetto all’intrinseca musicalità delle sillabe del testo stesso, anche se poi, naturalmente, la musica deve raccontare il senso del poema. In uno scioglilingua come Peter Piper dove non c’è sostanzialmente nulla da raccontare, invece, le parole diventano un pretesto per inventare giochi ritmici più o meno complessi, mentre la componente armonica perde decisamente di importanza. Ancora prima del testo, però, è essenziale la motivazione, senza la quale non si muove proprio nulla.

Tu hai scritto brani di musica sacra: quali sono le tue riflessioni sull’ispirazione che agisce sopra e all’interno di un compositore quando si accinge a scrivere tale musica?

 C’è una riflessione che condivido spesso con mia moglie, visto che abbiamo una sensibilità simile, cioè che, purtroppo, quando un compositore dichiaratamente non-credente – o con diversa spiritualità, se vogliamo – si cimenta con un’opera di natura sacra, il risultato percepito da chi invece crede è sempre difettoso. E non stiamo ovviamente parlando di capacità tecnica, la quale, magari, è altissima. È il messaggio che l’opera trasmette a mancare di un punto d’appoggio. Io auguro a coloro che vorranno eseguire o ascoltare un mio brano, che possano sentire almeno un poco di quella speranza che anima la vita di chi è credente. Se così non è, allora il brano in questione non ha un gran valore.

Qualche progetto per il futuro?
Idee tante. Tempo per concretizzarle, poco. La mia principale attività lavorativa, pur lasciandomi spazi impensabili con altri impieghi, non mi consente di dedicare al coro il tempo che vi ha dedicato chi mi ha preceduto; in più cerco di riservare un po’ di tempo per scrivere musica. Senz’altro mi piacerebbe mantenere un contatto più stretto col mondo corale italiano ed internazionale, rispetto a quanto ho fatto finora; in questo senso è stata illuminante la partecipazione al già citato Seminario Feniarco ad Aosta la scorsa estate, nella classe di Z.Randall Stroope, esperienza veramente entusiasmante, durante la quale ho avuto la sensazione di come in fondo siamo veramente tutti alla ricerca di buona musica.

A questo proposito una bella sorpresa mi è giunta pochissimo tempo fa dal Giappone, dove il (meraviglioso!) coro del liceo Sakaide di Kagawa, diretto dal prof. Tomoki Maeda, canterà un mio brano ad un concorso il prossimo marzo: è stata una conoscenza del tutto fortuita avvenuta a Parma lo scorso novembre in occasione di uno scambio culturale. Ascoltare quelle voci è stata un’esperienza straordinaria e, tornato a casa, ho subito desiderato scrivere un brano per loro, che poi gli ho inviato. Questo non fa che confermare quanto detto prima: siamo tutti alla ricerca di buona musica.

I brani proposti:

  • da ‘Quattro antifone’: Salve Regina, Alma redemptoris mater, Ave regina cælorum

Tre brani brevi, gli ultimi due brevissimi, costruiti parola per parola cercando di non abusare di ripetizioni del testo in modo da preservare la concisione delle tre preghiere. Il linguaggio armonico, talora moderatamente complesso, cerca sempre il significato della parola ed è questa la chiave di lettura.

Qualche suggerimento.
Salve Regina: alle battute 7-8 la parte dei bassi è quasi un coro gregoriano in lontananza, è dunque importante che le tre voci superiori cerchino un suono compatto ma molto piano; simili le battute 31-32, ma questa volta il canto è affidato ai contralti.
Alma redemptoris mater: non c’è indicazione di tempo, poiché esso è quello intrinseco sillabico del testo e a questa semplicità va ricondotto il brano. La struttura è chiaramente dialogica, ma è importante rispettare le sovrapposizioni di sonorità quando presenti (batt. 5 e 13). Questo brano può essere eseguito senza soluzione di continuità – giusto un respiro – con quello seguente.
Ave Regina cælorum: per il tempo, vedi il brano precedente. Si curi di non respirare tra battuta 5 e 6 in modo da mantenere la giusta tensione del crescendo verso il forte.
Per non affollare la pagina di elementi grafici ridondanti, le indicazioni espressive si riferiscono a tutte le voci cha si trovano al di sotto di esse, salvo diversamente indicato.

Simone Campanini. Diplomato in Organo e composizione organistica presso il Conservatorio «A.Boito» di Parma, dal 1996 è organista nella Basilica Cattedrale di Parma. Dal 2004 dirige il coro voci miste della corale «Citt di Parma». Nel 2007 collaborato, sia in veste di solista all’organo che di direttore di coro, alla realizzazione di un’opera in DVD sulla musica rinascimentale e barocca per la casa discografica giapponese ICM. Come compositore di musica per coro è stato premiato in concorsi nazionali (Assisi, Sassari) ed ha vinto il terzo premio al prestigioso Concorso Internazionale di Composizione Corale di Arezzo edizione 2016. Laureato cum laude in ingegneria elettronica, nel 2014 ha conseguito il PhD in Ingegneria Industriale. Attualmente si occupa di ricerca col gruppo di acustica del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Parma.

 

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Niccolo Paganini

Niccolò Paganini è laureato in Lettere ad indirizzo musicologico presso l'Università di Parma e in Musicologia presso l'Università di Pavia-Cremona, e ha un ricco curriculum di studi musicali compiuti al Conservatorio "Arrigo Boito" di Parma. E' attivo nel campo della didattica e della divulgazione musicale, e svolge un intenso lavoro artistico come direttore di coro. E' collaboratore, fin dalla nascita, dei laboratori promossi dalla Casa della Musica di Parma e direttore editoriale di "FarCoro", la rivista dell'Associazione Emiliano-Romagnola Cori, di cui è membro della commissione artistica.

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