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PAROLE CHE CONTANO

INTERVISTA AL AL M° WALTER MARZILLI E A MONS. VINCENZO DE GREGORIO

wAbbiamo voluto proseguire la rubrica “Musica dell’anima” con un’intervista a due personalità fortemente impegnate nella Musica Liturgica, si tratta di Mons. Vincenzo De Gregorio, Preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra (Roma) e il maestro Walter Marzilli, docente di Direzione di coro presso il medesimo Istituto
(www.musicasacra.va).
Otto domande su otto questioni di fondo, le stesse poste ad entrambi, nella speranza di trovare interessanti spunti di riflessione.

LB: Innanzitutto, benvenuto a “Musica dell’anima”. Cosa l’ha spinta ad accettare un’intervista sulla musica liturgica per una rivista corale regionale?
VDG: Il senso di responsabilità che dovrebbe avvertire chiunque svolga un ministero anche liturgico nella Chiesa. La vita delle Comunità sparse sul territorio di tutta la Chiesa è innanzitutto quella che si esplica nelle celebrazioni. Molto più importante di tutti gli incontri, i seminari, le predicazioni di ritiri spirituali e quant’altro, è la liturgia: giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, è un vero e proprio corso di formazione permanente del credente. Per questo motivo resto stupito della poca cura che si dà a questo aspetto della vita delle nostre Comunità.

WM: Il fatto di avere un’altra possibilità per rendermi utile alla causa della musica sacra, della quale la sua rubrica ha iniziato lodevolmente ad occuparsi. E poi un po’ di speranza e di curiosità. Mi riferisco all’eventualità che la musica sacra possa ricevere una spinta non dall’alto ma dalla base, dalla vox populi…

waLB: “Cantate inni con arte”, recita il Salmo 47. Che significa oggi? Il parametro estetico è ancora di centrale importanza?
VDG: La più grande epopea di arte nella storia (architettura, arti figurative e plastiche, musica) l’ha scritta la Chiesa Cattolica, ed in particolare quella occidentale di rito latino. Essa ha realizzato in pieno l’espressione del Salmo “con arte”. Il parametro estetico non è tale per se stesso ma per la realizzazione dello scopo profondo del “fare” nella Liturgia: comunicare il divino che si impasta con l’umano. Il piacevole e l’utile: sono questi i due poli sui quali si tende ogni pagina della storia cristiana, in tutti i sensi, anche in quello liturgico. Potremmo dire: “Il Verbo si è fatto carne e la Chiesa ne ha fatto Arte!” Il piacevole diventa mezzo per l’utile e l’utile rende ragione del piacevole. La vita liturgica della Chiesa non è una galleria di arte o una sala da concerto; non è neppure un ufficio del lavoro o un centro di assistenza sociale. Ma tutte queste cose vengono a costituire i mezzi con i quali si comunica all’umano la presenza di Dio che, nel Cristianesimo, assume tutto l’umano, anche il bisogno e l’utilità del Bello.

WM: A sentire certe canzoncine la domenica sembrerebbe di no. Eppure, almeno nei documenti della Chiesa, ma anche nel cuore di molti, quello estetico costituisce tuttora un parametro ineluttabile. Faccio una riflessione: ci sono migliaia di persone che fanno migliaia di chilometri per vedere le bellezze delle tante città d’arte in Italia, non capisco perché a queste persone non dovremmo dare il meglio anche dell’arte musicale quando entra in una chiesa. Inoltre anche la commozione e la partecipazione emotiva della gente che si viene a complimentare dopo una messa cantata come si deve da un coro che sia all’altezza, sono un segno di come il valore estetico della musica sia ancora molto legato alla preghiera, e susciti il senso del mistero. Non per niente il sacerdote, al termine della consacrazione, non può che dire: “Mistero della fede”.

LB: S. Pio X, nel Motu Proprio “Inter Sollicitudines”, aveva fissato dei criteri che rendono sacro e liturgico un brano musicale. Poi il Concilio Vaticano II… In estrema sintesi, cosa è rimasto e cosa è cambiato?
VDG: In quei criteri enunciati da San Pio X come parametri della Musica Sacra vi erano: Bontà di forme, Santità, Universalità. Intanto è cambiata la stessa struttura della nozione di Musica Sacra. Oggi siamo obbligati, a fronte della straordinaria storia di Musica scritta dalla Chiesa occidentale, a distinguere: musica sacra come immenso contenitore di forme musicali (le più diverse), dalla musica liturgica strettamente intesa. Stiamo ragionando di cose (musica sacra) che hanno alle spalle un tempo lunghissimo di elaborazione e di sedimentazione e che proprio per questo hanno creato anche un “gusto”, a fronte di una novità (musica per la liturgia) che è appena di un cinquantennio. Non possiamo essere così stupidi da creare paragoni con elementi così diversi. Inoltre, San Pio X affermava l’Universalità: ma questa era giustificata dalla lingua liturgica, il Latino, in ogni angolo della terra. Dobbiamo essere pienamente e lucidamente consapevoli che l’introduzione della lingua corrente nella Liturgia ha finalmente realizzato l’auspicio di secoli: la Chiesa nella sua interezza preghi e canti. Ma abbiamo avuto, di conseguenza, un impegno gigantesco di cui non ci rendiamo conto: creare in poco tempo un repertorio nuovo nelle lingue locali, a fronte di uno lungo millecinquecento anni, in latino. Tutto questo si è calato nelle realtà nazionali e locali. La Musica della Liturgia, poi, è un problema strettamente italiano. Non lo è in quelle Comunità abituate a cantare, a suonare, a “fare” in qualche modo la Musica strettamente intesa. L’Italia è un paese che nel momento in cui (ultimi decenni del sec. XIX) ha dovuto alfabetizzare l’85% della popolazione, ha ritenuto di ignorare la forza educativa e morale della musica e dell’arte nella formazione scolastica. L’Italia è la Nazione che nella riforma della scuola pensata da un filosofo, durante il Ventennio, ha continuato su questa strada creando un popolo che possiede la più grande percentuale in termini assoluti di Arte del mondo e che non sa neanche di possederlo perché il cittadino italiano non incontra mai, nella formazione scolastica, dall’infanzia all’università, l’Arte. Da quanti anni esiste il Ministero per i Beni Culturali? Il primo ministro di questo neonato dicastero fu Veltroni, che è ancora qui tra noi ed anche abbastanza giovane!!

WM: Anche S. Pio X era figlio del suo tempo, come noi. Le sue restrizioni erano causate soprattutto dalla necessità di arginare l’invasione dell’estetica operistico- teatrale nella musica da chiesa. La chiesa americana, ad esempio, pubblicò una white list delle musiche permesse, ed una black list di quelle proibite, legate al Motu Proprio che lei cita. A leggerne oggi i contenuti ci sarebbe da stupirsi. Il concilio ha cambiato la liturgia e i suoi tempi, per cui non tutto ciò che è stato scritto nel passato riesce a trovare una facile collocazione nella liturgia attuale. Applicando la stessa attinenza alla liturgia come in passato ci si può accorgere ad esempio che un intero Kyrie e il successivo Gloria polifonici possono creare insieme una profonda incisione nella struttura della messa. Certo che se lei mi chiedesse se, come fedele, preferisco ascoltare il Gloria della Missa Papae Marcelli oppure quel “Gloria” che fa Glo-ooorià le risponderei che quelli con Palestrina sono minuti spesi bene per l’anima, gli altri… mah, non saprei, ma credo di no.

wbLB: C’è spazio per la composizione contemporanea? Che messaggio si sentirebbe di inviare ai compositori?
VDG: Il Problema dei compositori è alla radice: risulta forse che Bach, Mozart, Palestrina abbiano composto musica sacra o per la liturgia, motu proprio, per il proprio diletto? C’è stata una committenza, ci sono stati degli organismi: Vescovi, Comitati di gestione delle chiese, Parrocchie, Fabbricerie, Ordini religiosi e via così, che hanno commissionato musica. Anche questo argomento è tutto italiano e di quei paesi senza musica. In Italia, negli ultimi decenni, nessuno ha commissionato musica per la Liturgia: tutto lasciato ai singoli, agli improvvisati cantautori (anche preti e suore), alle Case editrici. Un repertorio nazionale è stato pubblicato quando ormai il disastro era compiuto. Nei paesi di lingua tedesca, il Gotteslob, il libro di Canto liturgico, ha le seguenti forme redazionali: 1) il libro del Canto per i fedeli (con il pentagramma, si badi!) 2) lo stesso come partitura con voci e strumenti per il Direttore di coro 3) lo stesso come partitura per i soli coristi 4) lo stesso come spartito con gli accompagnamenti per l’organista 5) lo stesso come libro dei preludi e dei postludi per l’organista che deve introdurre o concludere strumentalmente il relativo canto 6) lo stesso con le sole parti strumentali non organistiche e, con buona pace dei nemici delle chitarre, l’indicazione degli accordi per l’accompagnamento con gli strumenti a pizzico. Chiesa cattolica è quella tedesca e Chiesa cattolica è quella italiana. Avete notato che la stragrande maggioranza dei libri per il canto dei fedeli, che la buona volontà di Parroci e di responsabili della Liturgia ha stampato in Italia per un trentennio, è senza una nota musicale e con il solo testo dei canti da imparare ad orecchio? Che significa questo? Significa che quell’Episcopato, quello tedesco, proviene da un’altra storia musicale. I nostri preti non sono una razza speciale: sono giovani italiani con questo DNA musicale, cioè senza. Nei nostri seminari c’è posto per tutto, dall’animazione missionaria alle esperienze pastorali, ma è praticamente inesistente la formazione al canto liturgico. Di conseguenza: i nostri Vescovi non vengono da Marte. Sono presi tra questi preti che hanno questo tipo di formazione. La musica dell’evento da stadio, il canto sguaiato del fai da te, la canzone alla moda. Si è avuta gran cura nel riconoscere i Movimenti laicali, motivo di grande speranza per la Chiesa di oggi. Ma vi risulta che nei documenti di approvazione da parte delle Autorità ecclesiastiche e nelle linee guida che li accompagnano per la “loro” preghiera vi sia un solo accenno alla liturgia ed al canto? Nel tentativo di cantare i testi biblici, i Movimenti hanno creato il più banale e sguaiato repertorio mai cantato nelle nostre chiese. Ma non è colpa loro. E’ colpa di chi non li ha accompagnati in questo percorso.

WM: Ma certo che c’è spazio! Se dovessi riassumere in due parole il Concilio Vaticano II che lei ha appena citato riguardo alla musica sacra, direi: Conservare et Promovere. Quindi conserviamo il patrimonio musicale che ci è stato consegnato (non fosse altro che per una responsabilità culturale), ma promoviamo la composizione di nuovi brani. Purché a scrivere siano compositori accreditati! Così come è normale affidare ad un architetto la creazione di una nuova chiesa, l’impianto elettrico a un elettricista capace, e a un bravo falegname la costruzione delle panche. Che c’è di strano…? Lei mi chiede quale messaggio darei ai compositori: quello di sentirsi addosso gli occhi di tutti i compositori della storia che hanno scritto per la Chiesa, e quindi di agire all’altezza necessaria. Senza cedere alle lusinghe di un approccio elitario, ma ponendosi al servizio della liturgia. Chi non è in grado di reggere questi confronti, ci ripensi.

wcLB: Canto Gregoriano: un repertorio da museo?
VDG: Cominciamo col ricordare che il Canto Gregoriano non è mai stato il canto del Popolo di Dio, se non in quel repertorio facile, in stragrande maggioranza composto quando il gregoriano, quello autentico, era morto da mille anni: si tratta del neogregoriano di quella quarantina di canti in uso nelle nostre comunità. Il Gregoriano, quello vero, è sempre stato un canto di élite, degli specialisti: monaci, canonici, coristi. La Chiesa Cattolica occidentale, come ricordavo prima, è stata la più importante operatrice culturale della storia dell’umanità. Ed ha avuto un grande merito: quello di dare alla propria liturgia uno sviluppo “organico”. Uno sviluppo che non ha mai creato fratture con il passato e che non ha mai fatto una scelta a causa della quale una forma architettonica, pittorica, musicale, sia stata rifiutata a priori: romanico, gotico, rinascimentale, classico, barocco rococò… e così in tutte le arti, anche nella musica. Il Gregoriano è stato il primo fenomeno di tale “inclusione”. Il Gregoriano, a smentita di quanti lo ritengono un blocco monolitico, esiste solo in quanto risultato di una “sintesi” di varie tradizioni musicali assimilate dal Canto Romano antico che si è incontrato con il canto dell’Europa centrale. Ma essendo stato il grembo nel quale è nata tutta la musica, la più grande musica del pianeta, essendo stato il motivo che ha provocato la nascita della scrittura musicale occidentale, la più perfetta e completa che sia mai stata inventata, è un episodio ineludibile. Allora deve essere studiato, mantenuto in vita per quello che è sempre stato: canto di pochi, quando è nelle forme complesse; canto di molti nelle sue forme musicali semplici, eseguibili, a servizio di testi salmodici, di recitativi, di litanie. Non è pensabile che sia invocato come canto della Chiesa che celebra, ovunque. Ma è esemplare per come ha saputo creare simbiosi, esegesi, con la Parola che ha cantato. Solo la fretta degli ignoranti e il ciarpame degli sprovveduti può liquidarlo come inutile archeologia. Insomma va amato, conosciuto e rispettato per quello che è possibile. Un repertorio gregoriano di base dovrebbe essere mantenuto vivo per tante ragioni che qui non vengono ricordate. Ma quando si parla di gregoriano sono necessari i distinguo.

WM: Siamo ormai tutti senza voce a furia di gridare tutte le innumerevoli, accalorate esortazioni pronunciate da ogni pontefice a favore del canto gregoriano e del suo mantenimento nella liturgia. In breve: con il canto gregoriano eseguito male si soffre e ci si annoia. Se è ben eseguito ci si innalza e si prega. Punto. Altro che museo!

LB: Se potesse contattare in un sol colpo tutti i cori liturgici operanti in Italia, che direttive darebbe sul rapporto con la partecipazione attiva dell’Assemblea dei fedeli?
VDG: Equilibrio. Alfred Brendel usava dire “l’esecutore musicale è tre cose insieme: curatore di museo, esecutore testamentario e ostetrico…” Voi, Cori liturgici, avete il compito di dare all’Assemblea dei fedeli la conoscenza delle più profonde emozioni che provengono dal repertorio di secoli di musica sacra, quando vi ascolta in silenzio e guidata da voi si eleva al cuore di Dio. Avete la responsabilità di dare vitalità all’Assemblea dialogando con essa nei momenti assolutamente ineludibili nei quali non potete farla tacere. Avete il compito di farla cantare quando, stando ognuno al proprio posto, è però accanto a voi facendo “coro” con voi. Ricordate che Coro viene da cor, cordis: cuore che batte, corda che vibra, coro che canta.
WM: Il discorso sulla partecipazione “attiva” dei fedeli è enorme e tuttora irrisolto in qualche sua accezione. Ma cantare o non cantare, alla fine, non conta molto. Ciò che conta davvero è raggiungere il fine conclamato della musica sacra, che è “la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli”.Se quel Glo-ooorià avesse il potere di santificare qualcuno dei fedeli, lo dovremmo accettare. Altrimenti bisogna avere il coraggio di buttarlo via.

LB: Sono queste linee guida già chiarite per tutti o le decisioni in merito sono demandate alla sensibilità di ogni
Diocesi, Parrocchia, …?
VDG: Ho paura della parola “sensibilità”. Vi sono delle sensibilità mai diventate coscienza, perché non sanno. Per quel che mi riguarda (ho 70 anni) una sola linea guida ha ritmato il cammino della Chiesa: informazione e formazione.
WM: La legge, normalmente, va interpretata, e noi italiani non manchiamo certo di fantasia… Lo sa che dei tanti brani attualmente in circolazione, solo pochi hanno ottenuto la necessaria approvazione dell’autorità territoriale competente, cioè il vescovo?

LB: Per chiudere: che consigli si sente di dare ai cori attivi nelle realtà parrocchiali?
VDG: Sentitevi propaggini di una storia grande e stupenda: insieme con i credenti di ogni epoca ed in ogni spazio del mondo, state dando voce al creato, alle molecole di cui è composto il vostro corpo, alle pieghe della vostra anima, alle sofferenze e alle gioie dell’umanità. Fatelo con umiltà, da protagonisti della comunione della Chiesa, ora da soli, ora insieme con i fratelli, ma sempre consapevoli di essere piccole vibrazioni della consonanza che tutti ci unisce nel cuore di Dio.
WM: Crescete e moltiplicatevi! Soprattutto crescete! Cantate bene, con passione e preparazione. Ah, dimenticavo: abbiate un bravo direttore, oppure fate in modo che il vostro possa studiare direzione, per essere all’altezza del suo lavoro. Come l’architetto, il capace elettricista e il bravo falegname…

musica liturgica

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Luca Buzzavi

Diplomato al Triennio di Direzione di coro e Composizione corale (110 e lode con menzione d’onore) presso il Conservatorio “L. Campiani” di Mantova, laureato in Fisica (110 e lode) presso l’Università degli studi “Alma Mater Studiorum” di Bologna, ha studiato Chitarra Classica. E’ direttore artistico dell’Accademia Corale “Teleion” (Poggio Rusco – MN) dove segue il coro da camera “Gamma Chorus” e la Schola gregoriana “Matilde di Canossa”, organizza seminari e corsi estivi con illustri docenti sul Canto Gregoriano e la Polifonia.

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