SULLO STILE E SULL’INTERPRETAZIONE DEL CANTO POPOLARE

Sono semplicemente alcune considerazioni che, credo, possano arricchire le riflessioni in caso di specifiche conversazioni, discussioni sullo stile e sull’interpretazione del canto popolare, visto che non è difficile trovarsi ancora a dibattere questo tema e disquisire su continue posizioni in discordanza perché impropriamente si mescola e confonde lo stile con l’interpretazione, facendo spesso confusione tra le due cose.

Lo stile è insito nella composizione, l’interpretazione è la personale proposta esecutiva.

Vengo subito a un esempio pratico legato allo stile: mi metto al pianoforte e improvviso nello stile barocco, classico, romantico, jazzistico ecc. imitandone i codici di costruzione; oppure per entrare ulteriormente nello specifico, posso imitare lo stile di Bach, Scarlatti, Mozart, Beethoven, Chopin ecc. adottando per assimilazione moduli compositivi passati e ritrovandomi così a ripercorrere le loro orme, pur suonando tutt’altre note rispetto a quelle scritte da loro.

Ora ridimensionando il discorso e riportandolo nell’ambito del canto popolare, faccio altri due esempi attinenti.

Ascoltando dal coro La Baita un brano armonizzato dal M° Fedele Fantuzzi non è raro sentire che qua e là riecheggia l’orma del M° Giorgio Vacchi, perché questo? Perché quell’orma è il suo stile.

Una cosa del tutto analoga si verifica se si ascoltano attentamente i brani del M° Marco Maiero; anche qui affiora l’impronta del M° Bepi De Marzi, vuol dire semplicemente che questi due musicisti (Fantuzzi e Maiero) sono stati influenzati positivamente, hanno assimilato e ribadiscono la grandezza di coloro che li hanno preceduti. Questo però non toglie assolutamente niente alla forte personalità di Fantuzzi o di Maiero perché, all’interno del loro linguaggio personale, sono solo “somiglianze” che rientrano nella loro spiccata sensibilità compositiva.

Per come vedo le cose, tutto rientra in una sorta di inevitabile evoluzione e anche questi percorsi sono la conferma che la tradizione si muove da una mano all’altra, seguendo il logico passaggio generazionale. Sarà poi la storia che farà da filtro e ci dirà della grandezza dell’uno e/o dell’altro.

Nell’interpretazione, che è la conseguente proposta esecutiva, dobbiamo tener conto che i gruppi spontanei (per esigenza principalmente legata al piacere del canto corale armonizzato) si sono trasformati in cori, affrontando via via le problematiche di tecnica vocale per sostenere il canto elaborato a più voci, riconoscendosi così più in scuole corali che in semplici forme di aggregazione unite solo dalla passione innata del canto. Le nuove esigenze e tendenze tuttora in evoluzione sono sempre più in continua ricerca di risultati raffinati, ma non per questo in contraddizione con lo stile popolare. Ogni armonizzatore infatti, a maggior ragione se è anche didatta, ricerca una vocalità attinente alle caratteristiche della propria scrittura.

Vengo al concreto: lo Stelutis canta musiche di Giorgio Vacchi seguendo un pensiero interpretativo che non lascia dubbi, che non può essere contraddetto in quanto è così nella sua essenza, cioè è questo il desiderio finalizzato a un preciso risultato musicale vocale del suo autore nonché didatta, e non si discute! Per questo il coro Stelutis è il miglior riferimento per l’interpretazione del suo repertorio.

Le motivazioni, poi, sono tutte accettabilissime e illuminanti per chi desidera seguire quella traccia perché riflettono così anche una radice storica canora, filologicamente esatta in quanto “la gente una volta cantava così” e volutamente con grande coerenza (anche in questo, secondo me, sta l’originalità e la qualità della proposta) da Giorgio valorizzata e sostenuta pure didatticamente nel suo continuo lavorare con risultati di grande credibilità divenendo ben presto un punto di riferimento nell’interpretazione, per la continua ricerca di una vocalità fedele alla tradizione, da fare scuola in tal senso a tanti altri cori, soprattutto a voci pari virili. Considerando che il canto popolare non è mai stato scritto così come non è mai stato armonizzato, si capisce meglio come Giorgio abbia saputo conciliare questi due aspetti apparentemente contrastanti. Sul piano della composizione come tutti gli armonizzatori non ha seguito pedissequamente la tradizione, in compenso l’ha rispettata fedelmente nell’esecuzione, ottenendo innumerevoli consensi e riconoscimenti nel mondo, anche ben oltre l’Oceano.

Questo la dice lunga a qualsiasi musicista, Giorgio è un grande ed è unico!

Tuttavia rifletterei su un fatto: non arresterei il pensiero solo a questa realtà compositiva e interpretativa (Giorgio Vacchi – Coro Stelutis, binomio inscindibile) perché lo stile del canto popolare prevede che non esista una sola linea, un solo modo compositivo o interpretativo, al contrario è proprio l’insieme di tanti apporti diversi dalle mille sfaccettature, esattamente così come sono i nostri dialetti, che insieme si potenziano, si mescolano, a volte gli apporti si respingono oppure le contaminazioni si sommano e il tutto crea quel magma che potremmo definire “stile popolare”, unicamente per comodità di etichetta ma in realtà riduttiva perché, per il resto, è invece di difficile definizione.

Per me quello che resta certo è che i valori del canto popolare sono un condensato di alcuni caratteri d’identità come: ingenuità, immediatezza, semplicità, brevità, coinvolgimento diretto, mancanza di pretesa aulica, freschezza, senso del divertimento, vivacità nello spazio istintivo della fantasia che solo il compositore attento nel suo operare ed elaborare li sa rendere sempre emergenti e che nel loro insieme creano lo stile.

Si potrà pertanto definire “fuori stile” ad esempio un coro che canta con un vibrato eccessivo (come di norma nell’interpretazione di brani lirici). Oppure un coro che canta in un modo eccessivamente duro, rauco e forzato quasi fosse un’interpretazione di un brano rock. O ancora un coro che canta in modo sdolcinato come fosse musica leggera degli anni ’50. Oppure un coro che con eccessive messe di voce rende il canto popolare artificioso come fosse polifonia classica del ‘500. O anche un coro che esegue spirituals in modo statico, senza possederne lo swing necessario, istintivo nella cultura e tradizione afro-americana.11

Per me non potrà, al contrario, mai essere fuori stile un coro dotato di un’eccellente padronanza tecnica, con una perfetta intonazione, con un’ottima fusione ed equilibrio tra le voci a sostegno della purezza della melodia popolare avvolta nel suo dialetto e nelle sue nuove armonie, se attento a rendere il brano denso di contenuti espressivi. Nessuno potrà mai dire che un coro è fuori stile perché canta troppo bene (è un rischio che in musica non si corre!) si potrà invece dire che quel coro è alla continua ricerca di canoni estetici e modi interpretativi sempre maggiormente raffinati. “Aprire le sonorità” così come “tenerle controllate” può portare nello stesso modo a risultati espressivi credibili, il tutto dipende dal gusto e dalle scelte del musicista, spesso anche didatta.

E’ proprio l’apporto posteriore, comunque sia colto, dell’armonizzazione che consente soluzioni tutt’altro che univoche d’interpretazione.

Porto altri due esempi che non si escludono tra loro, di rilievo e molto significativi, ma di tendenza opposta: il canto popolare (G. Vacchi) nell’interpretazione del coro Stelutis di Bologna con una scelta filologica; il canto popolare (L. Sinigaglia) nell’interpretazione del coro Sette Torri di Settimo Torinese, che attua una scelta rivolta a canoni estetici raffinati.

Sia Leone Sinigaglia che Giorgio Vacchi hanno armonizzato melodie popolari, ma le scelte interpretative dei Maestri del coro, pur rispettando lo stile, vanno in direzioni diverse.

Ritornando alla musica classica (mi piace mescolare le due cose perché oggigiorno il canto popolare di elementi classici si nutre, così come la musica colta ha attinto a piene mani per secoli spunti tematici dal canto popolare e poi perché la musica è una, quella che coinvolge) si può fare un esempio costantemente ricorrente, tutt’altro che risolto: suonando Bach (il pianoforte all’epoca di Bach era solo agli albori) è meglio rivolgersi al clavicembalo o al pianoforte? E se si sceglie il pianoforte conviene utilizzare il pedale o non utilizzarlo per niente? E se si utilizza in che misura riflette buon gusto? Anche in altri contesti sempre bachiani, per l’interprete la scelta di uno strumento musicale piuttosto di un altro può anche essere sollecitata dal fatto che non sempre Bach destinava ad uno strumento specifico la parte, è noto a tutti ad esempio che utilizzasse nelle sue partiture l’oboe in mancanza del violino o viceversa. Per sottolineare maggiormente alcune considerazioni sull’interpretazione porto un altro riferimento: Glenn Gould, interpretando e incidendo le “Variazioni Goldberg” a distanza di ventisei anni una dall’altra, ci ha lasciato due letture della composizione bachiana diversissime tra loro, di impareggiabile grandezza, a testimonianza dell’evoluzione del suo pensiero in continuo rinnovamento, in cui l’essenza musicale nella rilettura della partitura riemerge intrisa di nuovi impulsi vitali e slanci di energia riflessi in tempi metronomici decisamente più spinti, anche se forse (ci tengo a sottolineare il forse perché è una considerazione soggettiva), rispetto alla prima versione, meno introspettivi.

Chi rispetta di più lo stile? Non ci sono risposte con un’unica verità.

FGiorgio Vacchi, Stelutis

Giovanni Cucci, Sette Torri

Sono solo proibite le esecuzioni noiose!

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Canto popolare interpretato dal Coro Stelutis di Bologna. M° Giorgio Vacchi www.corostelutis.it/Dischi/canti emiliani – cassetta.html

 

 

Desidero chiudere con una frase che spesso Giorgio Vacchi diceva: “Noi armonizzatori con i nostri cori abbiamo portato il canto popolare dalle stalle alle stelle” E’ verissimo, è una conquista e una forma di valorizzazione forte, in quanto risulta più accattivante, potenzia le forme di aggregazione e risulta maggiormente espressivo; lascia libero però un interrogativo che non ha fine: il canto popolare è stato così in parte snaturato o impreziosito? Il secondo verbo trova sicuramente oggigiorno maggiori consensi e nuovi respiri nella coralità amatoriale un po’ di tutta Europa e non solo, ed è anche il segno stupendo che

comunque continuiamo a tramandarci il piacere e la ricchezza del canto corale.

Canto popolare interpretato dal Coro Sette Torri di Settimo Torinese. M° Giovanni Cucci www.corosettetorri.it/I_nostri_canti.html

Canto popolare interpretato dal Coro Sette Torri di Settimo Torinese.
M° Giovanni Cucci
www.corosettetorri.it/I_nostri_canti.html

 

Prima versione – Interpretazione “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach. Esecutore: Glenn Gould, 1955 http://en.wikipedia.org/wiki/The_Goldberg_Variations_28Gould_album29

Prima versione – Interpretazione “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach.
Esecutore: Glenn Gould, 1955
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Goldberg_Variations_28Gould_album29

Seconda versione – Interpretazione “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach. Esecutore: Glenn Gould, 1981

Seconda versione – Interpretazione “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach.
Esecutore: Glenn

Come commento concreto (in termini di testimonianze sonore) indico l’opportunità di ascolto di questi CD cheesplicitano, nella diversità di idee, il rispetto dello stile e il cammino di un’interpretazione che sempre si rinnova.

 

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Giacomo Monica

Giacomo Monica, direttore del Coro Montecastello di Parma e compositore , ha insegnato per tanti anni violino al Conservatorio di Parma. E' membro della Commissione Artistica di AERCO.

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