In copertina: Concerto del Coro al Teatro Regio di Parma, per “La nostra prima” del 10 maggio 2025

Un coro in carcere è una esperienza trasformativa per il contesto che l’accoglie, per i coristi e il direttore.

La coralità è un fatto artistico con implicazioni sociali, si tratta di uno strumento di welfare culturale. La pratica corale rappresenta un processo complesso che integra dimensioni fisiche, emotive, tecniche, culturali e sociali. In ambito penitenziario, questa attività assume un valore particolarmente significativo perché incrocia arte e diritti, impegno personale e prospettiva di cambiamento. Il coro costituisce uno spazio in cui chi possiede volontà e voce può partecipare attivamente a un gruppo creativo e inclusivo. Questa dimensione collettiva crea ponti con il territorio esterno, con il proprio futuro e con un vivere dignitoso. La musica genera relazioni sia verso l’esterno che verso sé stessi: cantare insieme abbatte differenze, valorizza specificità individuali e stabilisce equilibri fondati su ascolto e rispetto reciproco.

Il coro in contesti detentivi ha funzione rieducativa e riabilitativa: il cantare insieme è un modo di contrastare la scarsa autostima e l’assenza di progettualità che derivano dalla restrizione delle libertà e dall’isolamento sociale e affettivo. Cantare in coro unisce la dimensione espressiva individuale con la disciplina collettiva, creando un’identità sociale attiva. I coristi sviluppano competenze specifiche: educazione vocale, tecnica corale, capacità musicali e autodisciplina, concretizzando spirito di comunità. Il coro diventa espressione di una società ideale dove ci si ascolta e ci si armonizza, formando un’unità d’intenti e un’unione di talenti.

Il canto inclusivo: il Coro di Opera in Carcere con il pubblico del Teatro Regio di Parma in Va’ pensiero di Verdi

Creare un coro di detenuti che all’interno del carcere studi e canti l’Opera è una sfida che ho lanciato a Parma nel 2019 col Nabucco. L’iniziativa, promossa dal Teatro Regio nell’ambito del progetto “Verdi Off” – alla cui ideatrice Barbara Minghetti è dovuto il grande sostegno al coro in carcere, in sinergia con la Direzione degli Istituti Penitenziari, ha generato curiosità e stupore nel personale penitenziario, tra i detenuti ma anche tra gli operatori culturali e musicali della città. Si è avviato un progetto pilota durato il tempo del Festival Verdi – oltre un mese di coro lirico in alta sicurezza. In quell’ambiente, regolato da protocolli rigidissimi, fare coralità ha comportato attenzioni notevoli anche nell’introduzione – oltre le mura – di spartiti, pianoforte e nuove dinamiche relazionali.

Mauro Pellegrino (Comandante Polizia Penitenziaria), Annalisa La Greca (Vice-Direttrice Carcere), Michele Guerra (Sindaco di Parma), Milo Martani (pianista), artisti del coro, Marco Bedini e Silvia Costantini (Magistrati di sorveglianza), Silvio Di Gregorio (Provveditore regionale amministrazione penitenziaria ER), Gabriella Corsaro (direttrice musicale di Opera in carcere del Teatro Regio di Parma)

Davanti ai detenuti che avrebbero formato il primo nucleo corale, mi sono interrogata profondamente sul senso della mia presenza. Le motivazioni teoriche elaborate prima dell’ingresso si rivelavano insufficienti: quella esperienza diretta avrebbe richiesto di superare limiti personali, professionali ed emotivi. Conoscevo la tecnica vocale e la direzione corale, ma non l’umanità reclusa. La domanda centrale diventava: quale valore può avere la bellezza artistica per chi vive la privazione della libertà? La risposta è stata che il coro poteva fare la diffidenza in quella comunità di persone private di libertà, nel panorama culturale della città che ospita un carcere e che il diritto all’arte è un diritto supremo.

I primi incontri hanno alternato momenti di fiducia e resistenza. Ma ha prevalso la volontà di essere protagonisti del proprio tempo e il desiderio di esprimersi con una musica sconosciuta ai più e ritenuta cultura “alta”. Sin dal primo giorno, con una prova settimanale di novanta minuti, si sono affrontate tecnica vocale, solfeggio, autocontrollo e comprensione testuale, trame dell’opere e cenni sui compositori affrontati. Tutto in una prospettiva di socializzazione costruttiva, capace di trasformare un insieme di individui in una comunità coesa. I laboratori di coralità hanno visto la nascita di una formazione a voci pari poiché negli Istituti Penitenziari di Parma vi sono solo sezioni maschili.

Il Coro di Opera in carcere, la direttrice Gabriella Corsaro, il soprano Mariangela Sicilia (Desdemona al Festival Verdi 2025) e il pianista Milo Martani (11 ottobre 2025)

Dopo il fermo da Pandemia nel 2022 il progetto è ripreso con una nuova visione e modalità rinnovate: un coro nella sezione della media sicurezza, attivo tutto l’anno, repertorio ancora lirico ma che portasse in carcere tutto il cartellone della stagione lirica più un titolo del Festival Verdi. È nato così Opera in carcere, a cui ha contribuito un elemento significativo: il Manifesto etico del Teatro Regio, primo caso europeo di riconoscimento strutturato della necessità di portare cultura musicale a chi vive condizioni di fragilità. Questo documento formalizza l’impegno sociale degli artisti (impegnati al Regio) nel portare la pratica musicale oltre i confini tradizionali. Per ogni titolo affrontato vi è una restituzione nel teatro del carcere, uno spettacolo fatto dagli artisti del coro e dagli artisti ospiti (cantanti, direttori d’orchestra, registi) che insieme condividono l’esperienza musicale davanti a un pubblico composito: detenuti di diverse sezioni, personale penitenziario, direzione, rappresentanti istituzionali e stampa.

Sono già oltre settanta i detenuti che negli anni hanno fatto esperienza di coro, condividendo la scena con artisti di fama internazionale.

Per fare coro in carcere le questioni organizzative sono significative: necessità di coordinare esigenze di sicurezza diverse, disponibilità di spazi e personale, mobilità dei coristi tra strutture. Queste difficoltà rendono complessa la costituzione di gruppi stabili per attività continuative, particolarmente nelle sezioni di media sicurezza o nei circuiti per minori. Occorre pertanto molta flessibilità poiché gli organici sono mutevoli, per ragioni legate alla condizione personale dei coristi (trasferimenti, accesso ad attività lavorativa e/o ritorno in libertà).

Il Coro di Opera in carcere, la direttrice Gabriella Corsaro, il soprano Mariangela Sicilia (Desdemona al Festival Verdi 2025) e il pianista Milo Martani (11 ottobre 2025)

Tenuto conto che raramente si ha a che fare con persone che hanno avuto precedenti esperienze di coralità, in carcere il canto non può che essere collettivo, prevalentemente all’unisono o a due voci; la polifonia che richiede una pratica corale più esperta può essere realizzata attraverso collaborazioni con formazioni corali esterne, in una sorta di scambio virtuoso: si cresce insieme cantando! Il lavoro coi coristi vede l’uso di strategie didattiche e musicali che aiutino a superare difficoltà culturali (dall’analfabetismo all’uso di una lingua diversa), vocali (vocalizzi e articolazione delle parole), l’Opera (linguaggio universale ma complesso).

Al progetto Opera in carcere del Teatro Regio di Parma è stato assegnato nel 2024 il prestigioso Premio “Filippo Siebaneck” del 43° Premio Abbiati assegnato dall’Associazione Nazionale Critici Musicali con una motivazione che valorizza il coro, la lirica e l’etica: “Al progetto Opera in carcere del Teatro Regio di Parma, che, attraverso i laboratori corali tenuti da Gabriella Corsaro e dagli artisti e coerentemente con i principi enunciati nel Manifesto etico del Teatro Regio di Parma nell’ambito della programmazione di Verdi Off, ha fatto dell’opera un veicolo di coinvolgimento civico ed emotivo, di incontro, riscatto, riscoperta di sé e del prossimo”.

I laboratori di coralità operistica del carcere parmigiano hanno raggiunto una maturità d’esperienza, riconoscibilità, prospettive e ricadute sociali e culturali dentro e fuori dal carcere di Via Burla; questo grazie alla sinergia preziosa ed efficace tra il Teatro Regio, gli Istituti Penitenziari e il Comune di Parma. Il progetto ha investito in opportunità di crescita per tutti i soggetti coinvolti, un vero investimento d’arte e inclusione che ha trovato completa e forte rappresentazione nel concerto del coro degli Istituti Penitenziari di Parma sul palcoscenico del Teatro Regio lo scorso 10 maggio 2025. Nella cornice delle “Giornate del Patto Sociale”, tra stucchi dorati e velluti scarlatti, il coro dei detenuti è stato protagonista su un prestigioso palcoscenico d’opera, esibendosi con un repertorio composto dalle pagine corali tratte da: Un ballo in maschera, L’Elisir d’amore, Il barbiere di Siviglia, Tosca, Giovanna d’Arco, La bohème, Nabucco. Un concerto unico poiché sono rari i cori lirici in carcere e ancor più raro è vederli esibirsi con solo musica lirica sul palcoscenico di un prestigioso teatro d’opera!

 

Un coro in carcere dimostra che la musica e la cultura possono incidere sulla vita di ciascuno e anche salvarla! L’attività corale in carcere contribuisce alla ripresa della fiducia personale e alla ricostruzione dell’integrità individuale. Innalza gli standard qualitativi del regime detentivo e trasforma i momenti di pausa dalla routine carceraria in opportunità di crescita. Prova ne è il caso parmigiano in cui ben ventiquattro detenuti-artisti di Opera in carcere hanno ottenuto l’encomio per l’impegno profuso nel progetto del fare ed essere un coro.

L’attività corale svolta in carcere, come programma trattamentale, ha una forte e positiva ricaduta nel reinserimento sociale, infatti l’esperienza di collaborazione, disciplina, bellezza, cura dell’unità, cultura, gestione emotiva e disponibilità al mettersi in gioco costituiscono un bagaglio di competenze ed una nuova consapevolezza che ben qualificano la persona nelle relazioni tutte.

Da decenni numerose istituzioni penitenziarie italiane sviluppano progetti musicali in collaborazione con volontari, università, fondazioni liriche, conservatori e musicoterapeuti. Questi progetti trovano pieno sostegno dal Ministero della Giustizia, che riconosce nel coro un’attività formativa essenziale per il recupero e il reinserimento, tanto per i detenuti di media sicurezza quanto per quelli sottoposti a regimi più restrittivi. La dimensione politica del coro, intesa come cittadinanza attiva nella polis, si manifesta pienamente in questi contesti. Il canto collettivo ha sempre rappresentato un momento centrale della vita comunitaria, e quando si sviluppa in luoghi di reclusione diventa strumento di riaffermazione della dignità umana e di costruzione di nuove possibilità esistenziali.

Il coro è umanità che condivide e comunica, e in carcere diviene anche connubio tra arte e diritti, impegno e speranza, e strumento di dignità che insegna l’ascolto e il rispetto tra le voci, i sentimenti, le persone.

I detenuti quali artisti di coro sono impegnati in un lavoro musicale, culturale e di socializzazione sana. La fatica, come in ogni sede di coro, non deriva dal contesto o dalle persone: nasce dalle esigenze di didattica e pazienza, ma è sempre confortata dalla gioia negli occhi dei coristi e dallo stupore in quelli degli spettatori.