nelle moderne edizioni a stampa di canto gregoriano a 1700 anni dal Concilio di Nicea
In copertina: Ritratto di Carlo Magno (742-814), opera probabile di Casper Johann Nepomuk Scheuren (1825 ca.), che lo raffigura con la corona imperiale e il modello della sua celebre Cappella Palatina di Aquisgrana, simbolo della rinascita carolingia
Il Credo è stato a lungo considerato un elemento atipico dell’Ordinarium Missae, soprattutto per la sua introduzione tardiva rispetto agli altri canti dell’Ordinario. La liturgia ne accolse l’uso solo in epoca relativamente avanzata, e questa particolarità ha lasciato tracce anche sul piano musicale. Il Credo è infatti assente nei manoscritti più antichi e compare successivamente in diverse tipologie di libri liturgici: breviari, messali, kyriali e raccolte di canto autonome. Ancora oggi, nelle edizioni moderne a stampa, le melodie a esso dedicate sono raccolte in una sezione distinta, separata dagli altri canti dell’Ordinario, a conferma del suo carattere peculiare.
Il testo del Credo nelle moderne edizioni a stampa del canto gregoriano coincide con il Simbolo
Niceno-Costantinopolitano, formulato nei Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381), promulgato al Concilio di Calcedonia (451) e rielaborato da Paolino d’Aquileia nel 796. Redatto in ambiente orientale alla fine del V secolo, il testo ha un marcato intento anti-ariano e anti-adozionista: riafferma la divinità del Figlio, la sua consustanzialità con il Padre e la duplice natura divina e umana, prendendo le distanze dalle posizioni monofisite. I Padri della Chiesa lo chiamavano Symbolum, Regula fidei, Doctrina fidei e Regula veritatis, indicandone il ruolo di compendio autorevole della fede e di pubblica proclamazione. L’inserimento del Credo nella celebrazione eucaristica nacque in Oriente: attorno al 515 il patriarca di Costantinopoli stabilì che fosse recitato da tutto il popolo prima dell’anafora. La novità si diffuse rapidamente e nel 568 l’imperatore Giustiniano II ne sancì l’uso come legge per tutto l’Impero. Dall’Oriente, l’usanza giunse in Occidente verso la fine del V secolo, radicandosi in Spagna tra i Visigoti: inizialmente usato nella liturgia battesimale, dopo la conversione dall’arianesimo fu recitato in tutte le chiese per sigillare pubblicamente l’adesione alla fede cattolica, come stabilì il Concilio di Toledo del 589. In altri contesti occidentali, come presso i Celti d’Irlanda, il Credo fu collocato prima dell’anafora, seguendo più fedelmente la prassi greca.

Ritratto inciso di Papa Benedetto VIII (1012-1024). Il suo pontificato fu segnato dall’incoronazione dell’imperatore Enrico II nella Basilica di San Pietro assieme alla moglie Cunegonda e dalla vittoria sui Saraceni
Tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo il Credo appare anche nelle liturgie gallicane. A questo periodo risale il suo ingresso stabile nell’area franca: Carlo Magno lo introdusse nella Cappella Palatina, disponendo che fosse cantato subito dopo il Vangelo. Da lì, la recita del Credo si diffuse rapidamente in tutte le chiese dell’Impero franco e nelle comunità monastiche, dove fu definitivamente accolto come parte integrante della Messa.
Roma fu invece l’ultima a introdurre il Credo nella celebrazione eucaristica. L’inserimento avvenne solo nel 1014, quando papa Benedetto VIII, su sollecitazione dell’imperatore germanico Enrico II, ne autorizzò finalmente l’uso. Enrico II, giunto a Roma, rimase sorpreso di non udire il Credo nella liturgia papale, abituato com’era all’uso consolidato nelle chiese dell’Impero e nella Cappella Palatina di Aquisgrana. Prima di allora, Roma non ne aveva avvertito la necessità, non essendo stata segnata da controversie dottrinali tali da richiedere un’affermazione esplicita del contenuto della fede durante la Messa. Una volta introdotto, il Credo fu dapprima riservato alle celebrazioni solenni, per poi estendersi a domeniche e feste principali.
Oggi il Credo è prescritto nelle Messe di tutte le domeniche e solennità dell’anno liturgico, nonché in alcune celebrazioni particolarmente solenni (cfr. IGMR, 68), collocato dopo il Vangelo e l’omelia.

Il Credo III come compare nell’Editio Medicea del Graduale de Tempore. Iuxta ritum sacrosanctae romanae Ecclesiae. Editio Princeps (1614), curata da Felice Anerio e Francesco Soriano
L’editio typica vaticana del Kyriale Romanum tramanda sei melodie del Credo, accomunate da un andamento prevalentemente sillabico e da uno sviluppo melodico di tipo recitativo, elementi che garantiscono la massima intelligibilità del testo e favoriscono la partecipazione assembleare. Questo tratto stilistico affonda le radici nelle forme più antiche del canto liturgico e conserva in modo evidente l’impronta della cantillatio, avvicinandosi, per struttura e declamazione, agli inni in prosa come il Te Deum e il Gloria.
Il Credo I rappresenta l’espressione più pura e antica di questo modello: risalente all’XI secolo ma probabilmente derivato da prototipi anteriori con influssi greci, conserva un’architettura estremamente stabile, fondata sull’alternanza dei due tenori principali la e sol, con tutte le frasi che si chiudono regolarmente su sol. Le semicadenze su mi preparano la conclusione dell’Amen – aggiunta in epoca successiva – che funge da sigillo dell’assenso ecclesiale. L’adattamento del testo è esemplare e riflette il carattere assembleare del Symbolum, in cui molte voci confluiscono in una sola professione di fede.
Le melodie successive, pur mantenendo l’impostazione sillabico-recitativa del modello primitivo, rappresentano talora sue semplificazioni e talora, nelle redazioni più tardive, rielaborazioni ormai lontane dalla prassi della composizione cosiddetta “autentica”. Il Credo II deriva con ogni probabilità dal Credo I e ne costituisce una versione più semplice e lineare, affidata alla ripetizione della medesima formula salmodica per ciascun versetto, con la stessa impostazione strutturale e stilistica ma con un’elaborazione più sobria. Il Credo V, databile al XII secolo, appartiene anch’esso a questa medesima famiglia: conserva la scansione sillabica e l’impianto salmodico, pur introducendo alcune variazioni melodiche che non ne alterano la stretta parentela con la tradizione più antica. Il Credo VI, composto probabilmente nell’XI secolo, mantiene la fondamentale impronta recitativa ma presenta un grado più marcato di elaborazione melodica: l’introduzione di gruppi di due o quattro note su varie sillabe lo rende meno rigidamente sillabico rispetto ai primi tre e testimonia un’evoluzione verso forme leggermente più ornate.

Affresco del Concilio di Nicea (325) nel Salone Sistino della Biblioteca Vaticana, realizzato tra il 1588 e il 1590 da Cesare Nebbia, Giovanni Guerra e i loro allievi su commissione di Papa Sisto V. Il 2025 celebra il XVII Centenario (1700 anni) di questo fondamentale evento per la storia della Chiesa
A un livello stilistico diverso si collocano le melodie dei Credo IV e III, che appartengono a una fase post-classica del repertorio. Sia per la datazione relativamente tardiva, sia per il frequente uso della notazione mensurale, che riflette una sensibilità musicale ormai mutata, queste melodie non rispettano pienamente i criteri della composizione gregoriana più antica. Tuttavia, non è raro trovare nei manoscritti melodie con elementi ritmico-proporzionali, in cui i valori delle note sono indicati tramite brevi e semibrevi, anche secondo le regole del canto fratto. Il Credo IV coincide con il celebre Credo Cardinalis, documentato almeno dal XIV secolo e ampiamente utilizzato nelle feste maggiori (in festis duplicibus), circostanza che ne ha favorito l’ingresso stabile nelle edizioni liturgiche ufficiali. In origine trasmesso in notazione mensurale, con ritmo chiaramente articolato da brevi e semibrevi, è stato restituito dall’Edizione Vaticana in una forma demensuralizzata, che ne appiattisce l’impianto ritmico originario. Ancora più tardiva invece è la melodia del Credo III, di cui si conoscono forme mensurali sin dalle edizioni cinquecentesche, come quella di Angelo Gardano del 1591, nelle quali il ritmo proporzionale è esposto con estrema chiarezza. La distanza stilistica rispetto ai Credo più antichi è notevole, ma la cantabilità e la nettezza del ritmo hanno favorito una diffusione amplissima. Anch’esso demensuralizzato, il Credo III è oggi probabilmente il più cantato e, per la sua impostazione melodica più lineare e vicina alla percezione tonale, è spesso associato alla Missa VIII “De Angelis”, con cui forma un ciclo ampiamente radicato nella prassi comune.
Quest’anno, a 1700 anni dal Concilio di Nicea, approfondire il canto del Credo significa riconoscere il suo valore teologico e la ricchezza della tradizione liturgico-musicale che lo ha accompagnato lungo i secoli. Attraverso il canto, la professione di fede si è fatta esperienza corale, viva e tangibile. Così, per diciassette secoli, il Simbolo Niceno-Costantinopolitano continua a risuonare come testimonianza viva del nucleo immutabile della fede cristiana.



