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PENSARE IL GREGORIANO

La lettera apostolica Novo Millennio Ineunte di Giovanni Paolo II (6 Gennaio 2001) auspicava, quale frutto dell’anno giubilare, una nuova riflessione sui documenti del Concilio Vaticano II. Chi si occupa di musica per la liturgia non può non cogliere la puntualità di una simile sollecitazione anche in ordine a questo ambito della vita ecclesiale. Non che gli anni post-conciliari abbiano registrato scarsa attenzione in proposito: è tuttavia mancato quell’equilibrio, indispensabile in ogni transizione, capace di orientare le nuove istanze liturgico- musicali alla luce di una Tradizione troppo spesso vista più come vincolo mortificante che come fondamento ineludibile di ogni nuova solida proposta. Frettolose e fuorvianti interpretazioni del dettato conciliare hanno contribuito a creare in modo dissennato una netta frattura col passato. Con tali premesse, non sorprende che una simile sciagurata superficialità abbia di fatto generato vere e proprie mistificazioni, in taluni casi addirittura paradossali, tranquillamente accolte e sostenute nella prassi liturgico-musicale postconciliare. Il prezzo più alto di un conseguente clima di devastanti e rigide contrapposizioni è stato pagato dal canto gregoriano, da sempre dichiarato dalla Chiesa come canto “proprio” della liturgia romana e come tale riconosciuto anche dall’ultimo Concilio. Fra i non molti articoli che la Costituzione Sacrosanctum Concilium dedica alla musica liturgica, si legge testualmente: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”. (n.106) Ebbene, la risposta non si è fatta attendere: si è ritenuto assolutamente normale e perfettamente “conciliare” far sparire il gregoriano dalla liturgia. Non solo: nel sentire comune, il canto gregoriano è associato a quanto di più anticonciliare si possa pensare. Lo si è condannato senza appello in nome di una participatio actuosa tanto sbandierata quanto mistificata. Le nuove “esigenze liturgiche” hanno azzerato, in un sol colpo, mille anni di storia. Ma mentre in ambito ecclesiale si stava consumando il sostanziale rifiuto, il mondo musicologico e musicale stava facendo vivere al canto gregoriano uno straordinario momento di riscoperta. La ricerca sulle antiche fonti manoscritte – ricerca iniziata già nella prima fase “solesmense” della restaurazione gregoriana e culminata nel Motu proprio di Pio X e nelle successive edizioni liturgiche ufficiali – è proseguita in direzione diversa ed ha aperto la difficile strada di una comprensione più profonda della matrice espressiva del canto gregoriano. Si è trattato di un’autentica operazione di ablatio che, anche attraverso nuove proposte interpretative, ha contribuito a svelare un tesoro inestimabile. Gli antichi codici liturgico-musicali del repertorio gregoriano si sono rivelati una fonte di inesauribile ricchezza. Ma qual è questa ricchezza? Che cosa è ri-emerso di così decisivo, di così sostanziale ? La risposta è sconfinata e semplice insieme: quegli antichi segni nella pagina a fianco: l’Abbazia di Solesmes (Francia)

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hanno ridato vita ad una linea melodica ritrovata alcuni decenni prima. Più precisamente: quella linea melodica è divenuta “valore”, ossia veicolo sonoro della proclamazione ordinata di un testo. Ciò configura una situazione nuova e di importanza assoluta: il testo viene presentato, attraverso un evento sonoro, precisamente spiegato e non semplicemente detto, pronunciato. Il canto gregoriano, pertanto, rimanendo fatto musicale, assume vero e proprio spessore e valore esegetico. E’ l’esegesi della Chiesa, ed è questo il tesoro, è questa la perla preziosa, ciò che non possiamo permetterci di ridurre a semplice dato squisitamente musicale. Quella melodia, prodigiosamente ritrovata ma ancora incompleta di significato, è divenuta ciò che realmente è: la risposta della Chiesa alla Parola, dunque ciò che siamo chiamati ad assumere e a seguire, non a giudicare. Mentre gli “illuminati” interpreti del Concilio ne decretavano la fine, il canto gregoriano svelava, ma non a casa propria, la sua sfavillante bellezza ritrovata. Il fascino del gregoriano ha coinvolto, anche se in modo non sempre ordinato, il mondo accademico, culturale, musicale, ma non i Seminari, non la Sacra Liturgia. Dopo averne rivendicato ufficialmente la proprietà, la Chiesa ha di fatto emarginato ciò che forse ha ritenuto troppo ingombrante o esperienza definitivamente conclusa. E’ utile tentare una riflessione, un pensiero sul canto gregoriano, nella speranza che la rinnovata consapevolezza dei suoi più autentici connotati espressivi contribuisca almeno a correggere alcuni giudizi sommari sulla sua praticabilità pastorale. L’articolo conciliare appena ricordato invita a “riservargli il posto principale”: ebbene, qual è il posto che si riserva normalmente ad un ospite, certamente importante, ma per definizione non a casa sua? Lo si vuol far sedere in prima fila, magari additandolo ad inarrivabile e al tempo stesso superato esempio di canto sacro, o gli si vuol conferire una dignità di diverso tipo? Come possiamo rispondere, oggi, se non ci chiediamo, finalmente, cos’è il canto gregoriano, o, più precisamente, come è maturata la sua comprensione lungo un secolo e mezzo di ininterrotto cammino di ricerca? Se ad un approccio diffidente venisse sostituita una totale “immersione” in ciò che la Chiesa, profeticamente, riconosce essere privilegiato testimone della sua fede, non rimarremmo delusi. Gli antichi codici notati, immagine del “Grande Codice” della Parola, sono esigenti e di velata ma sconfinata bellezza: essi ci invitano a “pensare” il gregoriano, ossia richiamarlo alla memoria per coglierne i rimandi, i riflessi, le allusioni. Parlare oggi di canto gregoriano in ambito ecclesiale e non solo in qualche corso per specialisti, è segno da cogliere e speranza da nutrire. Non va dispersa anche solo la semplice curiosità, seppure spesso venata di diffidenza e colma di preconcetti. La storia della prodigiosa riscoperta di questo patrimonio, dai primi passi dei monaci di Solesmes ai giorni nostri, è segnata da sentimenti forti, da dispute accese, da vere e proprie liti che, se da un lato manifestano il limite e la contraddizione umana, d’altro lato evidenziano un fatto fondamentale: davanti al gregoriano non è ammessa l’indifferenza. Il canto gregoriano è innanzitutto vicinanza alla Parola, una vicinanza “eccessiva”: tutto è reso semplice perché essenziale e tutto è sovrabbondante perché di una ricchezza senza fine. La Parola è portata, attraverso artifici espressivi che attingono a piene mani all’arte retorica, ad una altissima “temperatura” ed è essa stessa la misura del tempo, nel senso di ritmo ordinato. La pronuncia del testo è la vera misura del tempo: è il cosiddetto valore sillabico, sul quale si fonda tout court il ritmo gregoriano. La sillaba, cellula del testo, è cellula del ritmo: il suo valore, tuttavia, non è predeterminato da una semplice e pur assolutamente pregiudiziale corretta pronuncia, ma gli viene conferito dall’operazione retorica che viene condotta su di essa. Il canto gregoriano non agisce “dal di fuori” semplicemente musicando un testo,
ma realizza la sublime operazione “dal di dentro”. La Parola, qui, è presupposto e fine: presupposto nel senso di lectio, ossia di materialità fonetica, di valore sillabico connesso ad una normale e corretta pronuncia lontana da ogni isocronismo; fine nel senso di contemplatio, che attraverso una ruminatio ed una oratio giunge finalmente a spiegare quel testo secondo un significato che, pur partendo da una materialità, la trascende e la trasfigura ad evento sonoro in ordine alla sua funzione liturgica. Pensare il gregoriano è abituarsi a pensare come e con la Chiesa nel solco della sua Tradizione. Esso ci insegna cosa dire nella Liturgia e, soprattutto, come dirlo: è risposta intonata, elevata, meditata della Parola. E’ l’esatto contrario dell’improvvisazione. E’ auspicabile che il ritorno allo studio dei documenti conciliari riesca a mutare una esiziale frenesia di modernità in una rinnovata e da più parti invocata urgenza di radicalità. Al di là di ogni preconcetto, il canto gregoriano potrà tornare ad essere espressione viva della Chiesa solo quando, ad ogni livello, ci si accorgerà del cammino percorso e ci si renderà conto di ciò che è stato ritrovato nella seconda fase della restaurazione gregoriana condotta segnatamente nei decenni post-conciliari. Per meglio comprendere la situazione attuale è forse utile fermare ulteriormente la nostra attenzione sul decisivo frangente storico che ha visto compiersi un’impresa gigantesca che, come detto, va sotto il nome di “Restaurazione gregoriana”. La letteratura, su questo tema, è vasta e non è ora il caso di ripercorrere in modo analitico le pur interessanti fasi e vicende di quel periodo. Resta comunque una grande domanda alla quale, oggi più che mai, non possiamo sottrarci: che senso ha avuto, in ambito ecclesiale, l’enorme lavoro dei benedettini solesmensi nel XIX secolo? La domanda, si badi, non è tanto sull’esito, quanto mai evidente, ma appunto sul senso, sul significato. Senso del quale, ma questo poco importa, sfuggiva probabilmente l’intera portata persino ai protagonisti di tale avventura. La restaurazione gregoriana, ed iniziamo così a rispondere ad un quesito tanto grande, ha tolto il canto gregoriano da una situazione inaccettabile, da uno stato di degrado talmente profondo da pregiudicarne pesantemente il messaggio. Ma cosa hanno fatto, concretamente, i benedettini solesmensi in quegli anni? Il grande dom Gueranger, primo abate di Solesmes, rifondò l’abbazia francese con l’intento di “cercare dovunque ciò che si pensava, ciò che si faceva, ciò che si amava nella Chiesa nelle età della fede”. La volontà di recuperare in radice ciò che si era perduto coinvolse la liturgia, centro della vita monastica, e si concretizzò sul canto gregoriano, da sempre simbolo di un’unità liturgica a quel tempo compromessa. I nomi da ricordare sarebbero molti: valgano per tutti le due enormi figure di dom Pothier e di dom Mocquereau. Essi hanno compiuto, Graduale De Tempore, (Tipografia Medicea, Roma, 1614)

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in alcuni decenni, i primi fondamentali passi per ridare credibilità al gregoriano: esso ha potuto tornare a “parlare” perché gli è stata innanzitutto restituita una veste melodica originale, sfigurata nel corso dei secoli come testimonia la celebre Editio Medicea (1610), prototipo delle edizioni ufficiali di canto gregoriano fino all’inizio del XX secolo. Ciò si è reso possibile attraverso un colossale lavoro di reperimento, di studio, di trascrizione, di comparazione di innumerevoli fonti manoscritte sparse in tutta Europa. La rinascita del canto gregoriano non poteva che iniziare dalle fonti, da quei codici che, a partire dal X secolo danno testimonianza, pur nelle diverse aree geografiche e con diverse scuole di notazione, di un repertorio comune e consolidato. Nel 1883 Pothier pubblica un nuovo Graduale (i canti della Messa), vera pietra miliare della ricostruzione delle originali melodie gregoriane, mentre Mocquereau, nel 1889, inaugura la monumentale pubblicazione della Paléographie Musicale, un’opera tuttora in corso che conta 22 volumi

Dom Joseph Pothier (1835 – 1923)

Dom Joseph Pothier (1835 – 1923)

e che unisce allo studio musicologico delle antiche notazioni e dei fondamenti della composizione gregoriana, la riproduzione fotografica di alcune fra le fonti manoscritte più significative. Pio X, nel suo Motu proprio del 1903 ha sì riaffermato la priorità assoluta del canto gregoriano nella liturgia romana, ma va detto che gli stessi pronunciamenti hanno avuto efficacia grazie al gigantesco lavoro di oltre mezzo secolo. Così infatti recita il Motu proprio al punto 3: “Queste qualità (musica come arte vera, santa, universale) si riscontrano in grado sommo nel canto gregoriano, che è per conseguenza il canto proprio della Chiesa Romana, il solo canto che essa ha ereditato dagli antichi padri, che ha custodito gelosamente durante i secoli ne’ suoi codici liturgici, che come suo direttamente propone ai fedeli, che in alcune parti della liturgia esclusivamente prescrive e che gli studi più recenti hanno sì felicemente restituito alla sua integrità e purezza”. La Chiesa, con questo documento, si può dire abbia ufficializzato lo sforzo solesmense, senza il quale le medesime affermazioni non avrebbero avuto la stessa forza. L’immagine annerita di edizioni che, come detto, ripresentavano in buona sostanza l’estrema decadenza dell’ Editio Medicea, non avrebbero mai potuto costituire un solido punto di partenza per una riqualificazione del canto gregoriano in ambito liturgico. Il Motu proprio fu la conclusione di un primo percorso di restaurazione, ma fu soprattutto l’inizio di una nuova primavera gregoriana. Anche qui la letteratura è assai vasta perché, com’è noto, la spinta del documento papale alla realizzazione di nuove edizioni ufficiali di canto gregoriano generò una sorta di frenesia negli ambienti liturgico-musicali. Fu ufficialmente nominata un’apposita Commissione Pontificia con a capo dom Pothier: gli aneddoti in proposito si sprecano, le contrapposizioni interne ed esterne alla commissione finirono per compromettere la presenza e il contributo di dom Mocquereau. Prevalse la linea imposta da Pothier e Mocquereau si dimise in segno di protesta. Gli studi, oggi lo possiamo dire, hanno dato ragione a Mocquereau, ma comunque si arrivò, in pochi anni, alla pubblicazione del nuovo Graduale Romanum (1908) per il repertorio della Messa e al nuovo Antiphonale Romanum (1912) per il repertorio dell’Ufficio Divino. La risposta era stata data: la Chiesa aveva posto nuovamente il suo canto gregoriano al centro della sua liturgia. Ciò che conta sottolineare è però il fatto che questo centro vitale è divenuto tale in virtù e sulla spinta di un’opera di restaurazione radicale accolta e ben compresa dalla Chiesa stessa. La comparazione di centinaia di manoscritti sparsi in tutta l’Europa cristiana, aveva riconsegnato alla Chiesa un patrimonio “leggibile”, nella fattispecie una versione melodica “tendente all’originale”: ciò si è rivelato ampiamente sufficiente a ri-motivare la centralità del canto gregoriano. Ma l’opera di restaurazione, a questo punto, non poteva certamente dirsi conclusa. Dopo il problema, per la maggior parte risolto, della linea melodica, emergeva in tutta la sua urgenza il problema del ritmo, del valore delle note, dunque del valore del testo.

Dom André Mocquereau (1849 – 1930)

Dom André Mocquereau (1849 – 1930)

La vera questione centrale di tutto il XX secolo è riassumibile nel ritmo gregoriano. Ritmo nell’accezione globale di ordo motus, ossia di ordine del movimento del testo, del suo modo di comunicarsi secondo un preciso significato. Le edizioni di inizio secolo, risolvendo sostanzialmente ed in modo brillante il problema melodico, avevano, per così dire, automaticamente messo il dito nella piaga, evidenziando l’enorme lacuna sul versante ritmico. E’ il problema che si pone ancora oggi a chiunque voglia cantare un brano gregoriano appartenente al fondo autentico, primitivo: quale valore assegnare alla notazione quadrata? Quale il sistema ritmico di riferimento? Il valore sillabico, a queste condizioni, anche se correttamente applicato in ordine alla pronuncia di un testo, soddisfa un presupposto ritmico senza raggiungere il suo fine. Le domande, non è il caso di insistere, si affollano perché, in effetti, la notazione vaticana è una bella melodia senza ritmo, dunque, per dirla in modo chiaro, un “canto gregoriano senza senso”. Le teorie ritmiche, e anche qui non occorre scendere nel dettaglio, si sono moltiplicate lungo tutto il corso del XX secolo con risultati, francamente, il più delle volte persino fuorvianti. Ne è triste esempio il cosiddetto “metodo solesmense” (per la verità mai applicato dagli stessi monaci di Solesmes nelle loro celebri interpretazioni) che ingabbiava letteralmente la melodia gregoriana in improbabili successioni ritmiche binarie e ternarie. Per gran parte del secolo, gli unici (e, ahimé, sciagurati) riferimenti ritmici delle melodie gregoriane sono stati proprio i segni solesmensi aggiunti alla notazione vaticana: puntini (mora vocis), trattini orizzontali (episemi) e verticali (ictus), legature e quant’altro hanno tentato invano di far parlare una notazione nata per non dir altro se non la melodia.

Dom Prosper-Louis-Pascal Guéranger (1835 – 1875)

Dom Prosper-Louis-Pascal Guéranger (1835 – 1875)

Ecco, se il cammino della restaurazione gregoriana si fosse arrestato a questo punto, vi sarebbero stati motivi sufficienti per ritenere questo repertorio ormai  inadeguato ad occupare un posto centrale nella liturgia della Chiesa. Non sembri ora eccessiva una simile affermazione; in realtà, ciò che bastava a conferire non solo dignità, ma centralità al gregoriano all’inizio del XX secolo, non può essere ritenuto oggi sufficiente a ri-motivarne la stessa autorità. Questo perché la natura del canto liturgico, esso stesso “atto” di culto, non è riducibile ad una melodia, anche se ricostruita in versione vicina all’originale. Una melodia, anche se venerabile, non esprime a sufficienza anche un significato: il senso di quelle movenze melodiche emerge in modo compiuto solo quando ne viene chiarito il ritmo. Le fragili teorie ritmiche alle quali si è fatto riferimento hanno rivelato chiaramente che si stava percorrendo una strada chiusa. Il canto gregoriano valutato secondo il suo pur straordinario apparato melodico e musicale in senso lato, potrebbe al massimo costituire un enorme “serbatoio” di multiforme materiale musicale, un po’ come è successo, mutatis mutandis, al passaggio dalla monodia alle prime forme polifoniche in epoca tardo-medievale. La sensazione è che in ambito ecclesiale, anche fra gli addetti ai lavori, questa sia precisamente la convinzione dominante. Anche la “difesa”, oggi, del gregoriano come canto per la liturgia, è debole e poco credibile, per non dire superata, perché poggia troppo spesso su argomentazioni quasi esclusivamente musicali. Non ci si è accorti che, invece, la restaurazione è proseguita a passi giganteschi in altra direzione e che una vera rivoluzione si stava compiendo in merito alla comprensione del canto gregoriano. Lo studio delle antiche scritture neumatiche ha colto con sempre più matura consapevolezza il senso di quei primi segni (neumi) tracciati da amanuensi preoccupati di trasferire sulla pergamena non tanto un dato musicale quanto piuttosto il “modo sonoro” di proclamare quel preciso testo con quel preciso significato in quel preciso contesto liturgico. Oggi, la motivazione della ritrovata centralità del gregoriano nella liturgia sta proprio in questo spostamento di prospettiva, esattamente nella sua mutata comprensione da fenomeno musicale a fenomeno esegetico. Allora possiamo ben dire, tentando di completare la risposta al difficile quesito iniziale, che il progressivo cammino di restaurazione gregoriana ha finalmente trovato il suo “senso”: ristabilire il rapporto intimo e vitale fra il testo ed il suo significato comunicato in forma sonora. Ma questa cos’è se non la primaria esigenza a cui deve rispondere il canto liturgico? Ecco, nel canto gregoriano si è prodigiosamente ritrovato proprio questo. E ritrovato, possiamo dire, alla massima potenza, perché il significato comunicato dal testo è quello che la Chiesa ha fatto “proprio” da secoli. Esattamente di questo non ci si è accorti. Ed è esattamente questo che oggi la Chiesa sta rifiutando nella prassi liturgica. Curioso destino, quello del canto gregoriano. Se, per un attimo, tentiamo uno sguardo dall’alto per guardare alla Storia, ci si presenta un repertorio (chiamiamolo così) che rinasce proprio nei momenti di maggiore debolezza. La storia della sua restaurazione ad opera dei monaci solesmensi fino alle edizioni ufficiali della Vaticana di inizio ‘900 è monito per l’oggi: è urgente che la Chiesa, ad ogni livello, sappia con certezza che nulla è più come mezzo secolo fa, che la seconda e decisiva fase della restaurazione può dirsi, se non certamente compiuta, almeno iniziata in una prospettiva che guarda all’essenza di un fenomeno espressivo. Questo nella Chiesa non si sa, perché se si sapesse come stanno realmente le cose, il canto gregoriano non potrebbe mai e poi mai essere emarginato nella prassi liturgica. Nulla più del canto gregoriano promuove un’autentica “partecipazione attiva” al culto divino. Certo, una partecipazione non banalizzata e ridotta alla caricatura di un attivismo liturgico, ma segno di un radicale “essere in sintonia”. Mi pare di poter dire che, vista la sua storia, il canto gregoriano soffre ma non teme le nostre inadeguatezze e attende con pazienza un gesto di amore dagli attuali figli di una Chiesa che l’ha pensato da sempre come testimone ottimale della sua fede.

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Fulvio Rampi

Diplomato in Organo e Composizione organistica, ha conseguito il Magistero e il Dottorato in Musica sacra e canto gregoriano presso il Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra di Milano sotto la guida di Luigi Agustoni. E' titolare della Cattedra di Prepolifonia al Conservatorio di Musica "G. Verdi" di Torino.

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