Ricordo di Giorgio
a cura di Paolino da Bari (alias Paolo Edgardo Todesco)

Il Presidente del coro Stelutis, l’inarrestabile Puccio Pucci, mi ha chiesto di buttare giù un pezzo in ricordo di Giorgio per il primo numero della rinnovata rivista Farcoro dell’AERCO e provo a scrivere qualcosa, attingendo dalla memoria degli innumerevoli momenti passati con Giorgio negli ultimi sessanta anni.

I miei primi ricordi su Giorgio risalgano al 1947-48, quando entrambi frequentavamo assiduamente il centro diocesano di Azione cattolica. In quegli anni, appena usciti dalla guerra e dalla distruzione di gente e città, a noi sembrava possibile creare un mondo nuovo di gente che si volesse bene e l’Azione cattolica sembrava ad entrambi il posto adatto. Io ero appena sfuggito alla persecuzione razziale per merito di numerosi preti che ci avevano ospitato e nascosto e Giorgio era reduce da un paese della bassa dove aveva sentito cantare in chiesa le vecchie con voci dure, a squarciagola, esperienza che ci sarebbe stata utile. Giorgio allora studiava pianoforte e spesso arrivava con degli spartiti in via Zamboni 22, dove c’era il centro diocesano, e c’era anche un pianoforte e si metteva a suonare in modo favoloso. Io lo guardavo e lo ascoltavo ammirato. A me sarebbe piaciuto molto suonare il pianoforte, cosa che non avevo potuto fare perché quando avevo raggiunto un’età adatta a suonare ero dovuto fuggire da Bologna e andare a nascondermi in collegi di orfanelli, ero una minaccia per il regime e dovevo essere eliminato se mi trovavano. E mentre Giorgio suonava io avevo un compito importante e difficile per uno che non sapeva leggere la musica, dovevo girare la pagina quando era il momento giusto. Lui mi faceva dei segni veloci mentre io cercavo di seguire la cascata di palline che corrispondevano sulla pagina alle note da suonare per essere pronto al momento giusto. Ricordo che era molto impegnativo, ma lo facevo volentieri perchè mi sembrava di essere una parte di Giorgio mentre suonava. Così con Giorgio avevo due cose in comune, la voglia di creare un mondo nuovo e la musica, due cose per me e per lui fondamentali. Qui cominciarono le prime discussioni. Giorgio mi spiegava che il musicista è un tecnico, deve eseguire un lavoro, deve suonare. E non può emozionarsi mentre suona, non deve commuoversi se no addio tecnica. E se si commettono errori di esecuzione bisogna tirare dritto, non ci si deve fermare e provare a fare di nuovo la cosa fino a che non riesca. Bisogna studiare molto, moltissimo fino a che i pezzi vengano bene, dal principio alla fine. Perchè chi ascolta si aspetta che tu vada avanti. Così comincia la mia educazione musicale con Giorgio. Lui però era di un’altra parrocchia, San Giuseppe e Ignazio, vicino a porta Castiglione, e lì, a sedici anni aveva creato un coro, il coro della

parrocchia, si chiamava Stella alpina e cantavano le canzoni della montagna, come usava allora, sulla scia del coro della SAT o il coro SOSAT che diverse volte venivano a cantare a Bologna in qualche sala di musica, come la Bossi, e noi a sentirli religiosamente. Perchè qualche beato aveva detto : “chi canta prega due volte” e questa 1 frase per noi era fondamentale; la preghiera e la musica per cambiare il mondo. E io ero molto deluso perché essendo di un’altra parrocchia non potevo cantare con Giorgio quelle meravigliose canzoni. Così quando Giorgio tornò a Bologna, dopo una delusione amorosa che lo aveva fatto partire in anticipo a fare il militare,come artigliere in Friuli, trovò un coro già pronto, derivante da una iniziativa diocesana del Cardinale Lercaro che voleva diffondere di nuovo la tradizione di fare cantare la gente durante le Messe, coro in cui noi della Maddalena e altri di parrocchie diverse avevano aderito in massa con l’impegno che quando Giorgio sarebbe

tornato sarebbe stato lui il direttore. Cosa che successe, anche se Giorgio accettò di fare il direttore senza fare il coro diocesano che aveva in testa Lercaro; nacque il Coro Stelutis. E Giorgio tutto sommato non era contento di dovere cantare alla moda montanara, trentina o friulana, con le voci molto curate e con molti pianissimo, così diversi dal modo di cantare alla “boia di un giuda” che lui aveva sentito dalle vecchie della pianura e così diverso, anche da noi bolognesi e non trentini.. E così cominciò l’avventura della scoperta del modo di cantare alla emiliana, il vagabondare per i paesi della collina e della montagna emiliana con tanto di registratore, a fare cantare le vecchie signore di paese, depositarie della tradizione, a risvegliare la curiosità dei giovani per questi signori che venivano dalla pianura a registrare vecchie cante: allora voleva dire che erano cose di valore, da non perdere. E cominciarono a nascere nuovi ricercatori in tutta la montagna, che raccoglievano le vecchie cante e assieme, qui e là, nascevano nuovi cori e oggi l’Aerco ne ha più di duecento, nati spesso sotto la spinta di Giorgio e della sua passione, oltre che dalla sua tecnica. E molti ragazzi cominciarono a fare musica nelle scuole della montagna che avevano avuto la fortuna di avere Giorgio come insegnante di musica, in questo paese che della musica ne farebbe spesso e volentieri a meno. Oltre a questo Giorgio aveva un’ altra idea in testa che derivava dalla seconda passione comune, il desiderio di fare un mondo nuovo. Il Coro Stelutis infatti era diventata una comunità vera, di gente la più diversa possibile che copriva tutti i mestieri e che aveva in comune la voglia di cantare e di vivere assieme, non soltanto un coro di bravi coristi. E ricordo le discussioni che Giorgio faceva con Malatesta, il direttore del coro tre Pini di Padova. Malatesta avrebbe voluto in coro solo quelli avevano una voce e una intonazione perfetta. Giorgio invece voleva che tutti cantassero; la natura ci fa tutti diversi e fare coro voleva dire far cantare tutti assieme, anche gli stonati che a forza di cantare nello Stelutis sono diventati intonati. E noi più che essere un coro che canta canzoni popolari siamo diventati popolo che canta. Popolo che ha ricominciato a cantare invece che ascoltare canzonette e veline. E la fondazione della TÎZ, vecchio fienile ristrutturato con la sua sala per la musica e la stalla per le cene e il prato per le feste è diventato un polo di attrazione per attività comuni: è una vera comunità di gente diversa che lavora assieme, che canta assieme, che si diverte assieme, un anticipo di quel mondo nuovo che vogliamo creare da quando eravamo piccoli.

Nostalgia
a cura di Pierfranco Pucci

 Vengo dall’ascolto di canti, presentati in più serate da cinque cori, due dei quali stranieri. L’aspetto organizzativo è ben curato. In particolare, all’ascoltatore viene offerta una documentazione, in italiano ed in inglese, che comprende programma, note biografiche di ciascun coro e del suo maestro. Ogni sera, all’inizio del concerto, dal presentatore alcune di tali informazioni sono riproposte al pubblico. Inoltre si richiede di riservare gli applausi alla fine della esecuzione dei canti. Nel corso di tali serate, un coro propone mescolanze di generi musicali, mentre su di un grande schermo si susseguono, in tema, immagini sfuocate. Un altro coro sperimenta il canto spaziale, con gruppi di coristi posti ai quatto punti cardinali della stessa. Poi c’è il coro che sopporta il canto con il suono di strumenti ad hoc e con giochi di luce. Alla fine dei diversi concerti, il pubblico applaude e sembra apprezzare il lavoro di ricerca di questi cori e l’esigenza di fare spettacolo. Tuttavia, per il pubblico non è facile capire queste esecuzioni e provare naturali emozioni. Per quanto mi riguarda, proprio assistendo a tali concerti, ho sentito la nostalgia di quella commozione che sa infondere in me Giorgio con alcune delle canzoni eseguite dal suo coro Stelutis. Nei concerti del coro Stelutis, a cui ho di tanto in tanto assistito, c’è il maestro, Giorgio, che prima di ogni canto, ne spiega l’origine, il senso e la struttura musicale, precisando pure il ruolo delle diverse voci. Con quel suo modo insuperabile di colloquiare, diretto a ciascuno di noi presenti, Giorgio ci fa sentire un po’ protagonisti della serata, ci prende per mano e diventa mediatore tra noi e la sua musica. A questo punto, i componenti del coro Stelutis sono chiamati a dare il meglio di se, in conformità agli elementi esposti da Giorgio. Ora, il canto prende a svolgersi, l’amalgama delle voci è mirabile. Pa me ascoltatore è di soddisfazione constatare di entrare subito in sintonia con la musica di Giorgio. Spesso mi è capitato che, in ascolto ad occhi chiusi, sono stato rapito dalla melodia, fino a raggiungere la commozione e, al termine del canto, dare sfogo al personale entusiasmo con calorosi applausi. Questo, per me, significa che il progetto musicale del Maestro ha raggiunto lo scopo e che il suo coro ha eseguito al meglio il canto. Quando la mente richiama la presenza di Giorgio, in me prende forma anche la nostalgia delle giornate trascorse in montagna, nell’ambito della cosiddetta “Settimana del Rifugio”, a cui avevano accesso pure gli amici dei coristi. Organizzata dal segretario, la “Settimana del Rifugio” (in genere la terza di luglio di ogni anno) vedeva coristi e amici invadere un rifugio alpino, scelto per l’occasione tra i più belli delle nostre montagne. L’iniziativa raggiungeva lo scopo di facilitare i rapporti interpersonali sia affrontando insieme salite, discese, ferrate e ghiacciai, sia consentendo il dialogo nei momenti di riposo. E Giorgio colloquiava con i coristi e con noi amici, sui temi più diversi, mettendo a disposizione di tutti la sua matura esperienza di vita. Dopo cena, coristi ed amici davano vita a concerti improvvisati, per soddisfare la gioia di cantare insieme ed allietare gli stessi ospiti del rifugio. Giorgio non assumeva la direzione delle operazioni, lasciava libero sfogo al canto e, con grande pazienza, sopportava la comparsa di qualche inevitabile nota stonata Gli ospiti del rifugio erano coinvolti in questo clima di sincera allegria e, riconoscenti, spesso “intimavano” ai coristi l’obbligo di brindare insieme con del vino, del migliore in dotazione. Sì, di tutto questo ho nostalgia Giorgio, grazie.