In copertina: José Van Dam interpreta Francesco nel St. François di Messiaen

Il santo nella musica corale dal Novecento a oggi

Il San Francesco d’Assisi di Gian Francesco Malipiero

Dal Novecento a oggi, numerosi sono stati i compositori ad essere stati suggestionati da San Francesco. Tra i primi ad accostarsi al santo di Assisi, va segnalato Gian Francesco Malipiero, autore del San Francesco d’Assisi, mistero per soli, coro e orchestra su testo tratto dai Fioretti di san Francesco e dalle Laudes creaturarum eseguito nel 1921. Si tratta di una composizione assai stringata – della durata di circa 30 minuti –, espressione della profonda cultura del compositore e del suo marcato interesse per il Medioevo. L’opera si impose all’attenzione della critica per lo stile che, spinto dalla suggestione del soggetto, apparve assai più spoglio e austero rispetto alle precedenti prove del compositore. La scrittura vocale, lontana dalla prassi melodrammatica, si fonda su un declamato che, strizzando l’occhio al canto gregoriano, guarda da un lato alla vocalità del Pelléas et Mélisande di Debussy, dall’altro alla prassi del recitar cantando di ascendenza monteverdiana. L’orchestra, cui pure è riservato un ruolo di grande rilievo, assume essenzialmente la funzione di sostegno al canto. Coerentemente al sottotitolo, che allude a una teatralità antinaturalistica, l’opera è organizzata in episodi giustapposti privi di sviluppo drammatico, in linea con lo stile rapsodico di Malipiero.

Dopo il preludio, la prima parte,

Il Gregge, introduce il santo, i suoi seguaci e lo spirito che anima la loro predicazione: all’elogio della povertà intonato da Francesco si uniscono, poco per volta, tutti i compagni del coro. Seguono poi La predica agli uccelli e La cena di San Francesco e Santa Chiara, aperta dalle grida di spavento del popolo, convinto che la luce mistica scaturita dall’incontro tra Chiara e Francesco sia un rovinoso incendio. L’episodio conclusivo, La morte di San Francesco, è incentrato integralmente sull’intonazione corale della Laudes creaturarum, marcata dal refrain testuale-melodico «Laudato sii».

Il santo prende parola solo nel momento estremo, intonando all’improvviso la lode di «sora nostra morte corporale».

Su un episodio strumentale i compagni di Francesco, ormai morto, gli si raccolgono intorno.

Il manoscritto autografo del Le Laudi di San Francesco d’Assisi op. 25 di Hermann Suter

Le Laudi di San Francesco d’Assisi op. 25 di Hermann Suter

A meno di due anni di distanza, il compositore svizzero Hermann Suter trovò nelle Laudes creaturarum il mezzo per esprimere l’intimo legame con il paesaggio naturale della propria terra. Suter non poté fare a meno di rinvenire, nel testo di san Francesco, un’idea di armonia del creato di cui il territorio elvetico gli appariva testimonianza concreta ed eloquente. Nacquero così Le Laudi di San Francesco d’Assisi op. 25, composizione per soli, coro, coro di voci bianche e orchestra composta tra il 1923 e il 1924. Divisa in nove parti, la cantata individua nelle differenti parti del testo di Francesco caratteri fortemente contrastanti. Il primo numero, aperto da un solo del tenore, assume come principio strutturale l’alternanza tra gli interventi solistici del solista e la scrittura solenne e grandiosa della compagine corale. Alla magnificenza del primo movimento segue l’intimismo del secondo: su un accompagnamento leggero e delicato si alternano le quattro voci soliste, con un breve intervento corale in conclusione. Il coro è protagonista del pezzo successivo, una fuga poderosa dal carattere drammatico, certamente dovuto alla suggestione della lode al vento. Segue un’altra pagina raccolta – il compositore richiede esplicitamente l’emissione «a mezza voce» – nella quale emerge in modo particolarmente evidente il legame con il paesaggio svizzero: il riferimento del testo all’acqua spinge infatti Suter a una scrittura oscillante e fluida che allude, piuttosto chiaramente, all’andamento del fiume. Al fuoco è associata una vigorosa passacaglia con ventiquattro variazioni, mentre la morte suggerisce al compositore un tempo di marcia funebre; conclude il vasto affresco una maestosa preghiera in cui è coinvolta l’intera compagine corale. Nella composizione dell’opera, Suter impiantò su un linguaggio musicale fedele alla tradizione post-romantica tedesca numerose inflessioni modali, il cui ruolo, piuttosto che alludere al mondo medievale, è quello di avvolgere il tono generale entro una maestosa nobiltà confacente al contesto espressivo.

Il Saint François d’Assise di Arthur Honegger

Un altro compositore di origine svizzera ma attivo in Francia, Arthur Honegger, celebrò il santo di Assisi in un vasto jeu radiophonique commissionato da Radio Lausanne su testo dell’attore William Aguet. Autore di alcuni dei più importanti oratori del Novecento e autentico maestro della scrittura corale, il compositore concluse il suo Saint François d’Assise nel 1949, lo stesso anno della prima messa in onda radiofonica.  Terzo e ultimo lavoro nato dalla collaborazione con Aguet (era previsto un Don Quichotte mai realizzato), l’oratorio radiofonico si inserì perfettamente in un periodo in cui il linguaggio del compositore tendeva verso una sempre più marcata austerità di tono, austerità certo accentuata dalla scelta del soggetto sacro, con cui volle rivolgere a Francesco, secondo le sue parole un «pieux hommage». L’organico consta di voce narrante, tenore, coro misto e orchestra affiancata da un ensemble formato, per l’unica volta in tutta la produzione di Honegger, da otto strumenti antichi: due flauti a becco, pardessus, viola d’amore, baryton, viola da gamba. Dal momento che la destinazione radiofonica prevedeva ampio spazio dato alla voce narrante, il Saint François è formato, ad eccezione di qualche brano, da pezzi di estensione ridotta. Scandita dal periodico intervento del coro a cappella, che intona un breve sequenza, l’opera fa largo impiego di materiale desunto dal canto gregoriano: al di là di alcune citazioni letterali come un Alleluia o Pueri Hebraeorum, o di un calco d’invenzione come il Magnificat al n. 14, numerose sono le inflessioni melodiche gregoriane. Il compositore si compiacque poi di inserire alcune pagine in linguaggio volutamente arcaizzante come la Musique de Banquet o la Chanson de Troubadour. Neanche Honegger volle rinunciare alla tentazione di inserire le Laudes creaturarum, che appaiono nel n. 24 (Cantique du Soleil): il testo è tuttavia affidato alla voce recitante sopra uno sfondo in modo minore del coro maschile a bocca chiusa e orchestra che, con effetto tanto semplice quanto efficace, si accende inaspettatamente in do maggiore sulla parola «mort». L’opera è sugellata, come altri oratori di Honegger – si pensi a Le Roi David – da un Finale edificato su una scrittura polifonica densissima e di grande complessità, chiuso da una coda omoritmica dal tono dimesso sulle parole alleluia: una professione di umiltà con cui Aguet e Honegger vollero chiudere il loro pio omaggio al santo di Assisi.

Il frontespizio del San Francesco d’Assisi  di Gian Francesco Malipiero

Poulenc, Orff e il Saint François d’Assise di Messiaen

Tra gli altri titoli della prima metà del secolo, vanno segnalate le Quatre petites prières de saint François d’Assise (1948) di Francis Poulenc, mentre Carl Orff diede la propria lettura delle Laudes creaturarum nel secondo brano del Concerto di voci (1954), per coro a cappella. Ma la più importante opera dedicata al santo di Assisi da un compositore del Novecento è probabilmente il Saint François d’Assise di Olivier Messiaen. Non stupisce che il compositore si sia rivolto a questo soggetto, dal momento che gli avrebbe permesso di dare voce alla propria fede e, in virtù del noto episodio della predica agli uccelli, di trovare giustificazione drammatica al consistente impiego di motivi musicali desunti dal canto degli uccelli, di cui Messiaen era esperto studioso e da cui trasse molte delle movenze ritmico-melodiche tipiche della sua musica. Il libretto fu scritto dallo stesso compositore nell’estate del 1975 impiegando i Fioretti di San Francesco, le Considerazioni sulle stimmate, ma anche Tommaso da Celano e San Bonaventura. Nonostante la composizione fosse già ultimata nel 1979, l’orchestrazione richiese al compositore un lavoro paziente che si protrasse fino al 1983, anno in cui ebbe luogo la première il 28 novembre.  Di dimensioni immense, con un’orchestra di più di un centinaio di elementi, il Saint François è ben distante da una concezione strettamente operistica della vicenda, costruita com’è da pannelli drammatici accostati senza linea di sviluppo, come dimostra eloquentemente il sottotitolo di scènes franciscaines. Ripartita in tre atti, l’opera consta di otto quadri in cui sono ripercorsi gli eventi essenziali della vita di Francesco. Il primo atto, dopo il primo quadro (La Croix) che ha quasi funzione di prologo, è incentrato sul miracolo della guarigione del lebbroso mentre il secondo, dopo l’apparizione dell’angelo viaggiatore del quarto quadro e dell’angelo musicista nel quinto, è incentrato sulla predica agli uccelli, in cui Messiaen sovrappone in una scrittura densissima numerosi richiami di uccelli. L’ultimo atto è diviso in due quadri: nel primo è messo in scena il miracolo delle stimmate, mentre nell’ultimo avviene la morte di Francesco, accerchiato dai compagni che cantano la resurrezione.

Abraham Janssens (circa 1573-1632), L’estasi di San Francesco d’Assisi (all’asta sul mercato antiquario; particolare)

Dal secondo ‘900 a oggi

Dopo Messiaen, non sono mancati compositori delle generazioni successive che si siano confrontati con San Francesco: da John Rutter, con Lord, make me an instrument of thy peace (1980), per coro misto accompagnato, Sofija Gubajdulina, con Sonnengesang (1997, rev. 1998) per violoncello, percussioni e coro misto e, più di recente, Fabio Vacchi, con Il tutto in tutti, composizione per coro e orchestra composta nel 2025 su commissione dell’Accademia di Santa Cecilia a partire dal testo della poetessa Aimara Garlaschelli, ed eseguita nel maggio di quest’anno.

E non c’è dubbio che l’elenco sia destinato ad allungarsi ulteriormente negli anni a venire.