In copertina: Il Coro della SAT a Col dei Rossi in Val di Fassa
Due pensieri interpretativi tra convergenze e divergenze
«Saper trattare le melodie popolari è in realtà uno dei lavori più difficili che esistano, e può
considerarsi senz’altro pari, se non addirittura più difficile, a quello del compositore di musiche originali. Non si deve infatti dimenticare che l’essere obbligati ad una data melodia, significa già di per sé vedersi gravemente limitati nella propria libertà, e quindi trovarsi subito di fronte ad una prima difficoltà non indifferente. Un’altra difficoltà, poi, consiste nella individuazione dello specifico carattere della melodia popolare che richiede appunto di essere elaborata pur conservandole la propria tipica fisionomia, cioè dandole il dovuto rilievo. Insomma, per elaborare un canto popolare non serve certo meno ispirazione, come si usa dire, di quanta ne occorra per una qualsiasi altra composizione».1
Nel variegato panorama della letteratura compositiva legata al canto popolare, le armonizzazioni per coro virile o coro misto di Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia, 1920 – Lugano, 1995) sono una testimonianza preziosa, pura e illuminante di quanto il celeberrimo pianista abbia saputo tenere in stretta unione due culture apparentemente contrapposte, ma nella realtà di grande rafforzamento l’una all’altra, così da risultare inscindibili. Si tratta della cultura contadina, fatta di suoni e di dialetti che riverberano da sempre semplici valori espressivi, e della cultura classica legata alle composizioni dei più grandi geni che hanno fatto la storia della musica (cito volentieri Bach, D. Scarlatti, Mozart, Beethoven, Schumann, Ravel, Bartók, Kodály, Berio e mille altri compositori che alla tradizione delle canzoni popolari hanno fatto puntuale riferimento).
Arturo Benedetti Michelangeli nel 1976
Ci si chiede subito: perché le armonizzazioni di Benedetti Michelangeli sono importanti? Perché il maestro, attraverso l’uso sapiente e raffinatissimo dell’armonia, conferisce a queste melodie popolari (piccole miniature musicali) una dimensione e un carattere di incomparabile bellezza. Ed è proprio grazie a questa forza espressiva, iniettata da lui su alcune ‘antiche melodie’ soprattutto di area trentina, lombarda e piemontese, che il passato del tramando orale avrà così continuità. Il suo linguaggio non certo innovativo o avanguardistico, bensì rivoluzionario, va contestualizzato all’interno del panorama degli armonizzatori che, attorno agli anni ’50 del Novecento e soprattutto nel trentennio successivo, hanno alimentato il repertorio SAT. Di conseguenza, centinaia e centinaia di cori, nati e subito allineatisi al ‘modello SAT’, a queste armonizzazioni hanno attinto a piene mani. Benedetti Michelangeli, in questo contesto storico, musicale e corale, con sole 19 armonizzazioni lascia un’impronta indelebile di grande forza espressiva.
Un Michelangeli controcorrente e, al contempo, rivoluzionario nella scrittura del canto corale popolare
Arturo Benedetti Michelangeli, pur pienamente consapevole dei percorsi a lui contemporanei che segnano l’avanguardia musicale del ‘900 (musica atonale, dodecafonica, elettronica, aleatoria, sperimentale e altre forme ancora, dove la contaminazione degli elementi fisici del suono è alla base del sistema compositivo), per quanto riguarda il suo ‘mondo riservato dell’armonia’ scrive invece seguendo un percorso pienamente tonale, rivoluzionario (in rapporto alle più “semplici” armonizzazioni SAT di quegli anni) ma logico, efficace ed eloquente. Direi, anzi, tanto da trattare addirittura l’armonia in modo onomatopeico, essendo così addentro al significato testuale-musicale della cultura contadina; sì, proprio così, scrivendo anche piccoli ‘madrigalismi’; si veda, solo per fare un esempio tra tanti, il canto del cuculo nascosto sulle parole se dis, se dis racchiuse nel brano Entorno al fòch.
Il Coro della SAT alle Dolomiti di Brenta, 1932 (© Archivio Coro della SAT)
Mi piace anche pensare che, forse, le baite che il maestro possedeva in Val di Rabbi non fossero per lui solo luogo di studio severo, ma anche un modo per viverle con amici, con musicisti, con allievi pianisti, con i fratelli Pedrotti che attendevano da lui nuove partiture, oppure diventassero anche momento di incontro con il critico musicale e saggista Gian Paolo Minardi e la moglie Luisa Mossini.
A tal proposito, non è un caso che siano proprio Minardi e Mauro Pedrotti a scrivere le prefazioni alle 19 armonizzazioni, che Michelangeli dedica ai fratelli Pedrotti e al Coro della SAT.
Insomma, anche nelle baite, forse, si ritrova lo specchio segreto della sua sensibilità compositiva, dentro alla natura e dentro al respiro dei suoi silenzi introspettivi.
Il Coro della SAT e il Coro Montecastello a Parma nel 2022
Arturo Benedetti Michelangeli e Franco Margola
L’amicizia ben documentata tra Benedetti Michelangeli e Franco Margola (Orzinuovi, BS, 1908 – Nave, BS, 1992), conterranei e contemporanei, mi porta a una domanda: per Michelangeli lo studio e l’attenzione verso la composizione hanno qualche radice particolare, al di là della sua immensa cultura, che gli abbia permesso di interpretare in modo magistrale la musica da Alessandro Scarlatti a Ravel? A tal proposito scrive Ottavio De Carli: «Gli anni della seconda guerra mondiale complicarono naturalmente tutto l’andamento della vita musicale italiana, ma Margola non smise di scrivere e questi furono anzi anni molto importanti per la sua produzione artistica. Il Concerto per pianoforte e orchestra in do diesis minore op. 30 (dC 73) figura senza dubbio tra le opere più importanti di questo periodo. La genesi di questo lavoro è legata alla consolidata amicizia con il concittadino Arturo Benedetti Michelangeli che aveva orientato in maniera particolare gli interessi di Margola verso il pianoforte. Fu in effetti Michelangeli stesso a presentar l’opera in prima esecuzione pubblica il 12 febbraio 1944 al Teatro Comunale di Firenze, con la direzione di Mario Rossi e ad offrirla al pubblico bresciano qualche settimana più tardi sotto la bacchetta dello stesso Margola; ancora nel 1946, il grande pianista eseguì nuovamente lo stesso concerto ai Pomeriggi Musicali di Milano, con l’orchestra diretta da Nino Sanzogno»2.
Il Maestro Mauro Pedrotti, Giacomo Monica e alcune coriste del Coro Montecastello (Parma, 2022)
Il nocciolo della questione: cambio di organico (da coro virile a coro misto) e cambio di tonalità
Va da sé che piccoli capolavori musicali (come possono essere le 19 armonizzazioni di Michelangeli) portino all’immediato desiderio della condivisione corale, affinché queste pagine compositive, scritte per coro a voci virili, possano essere eseguite anche per coro a voci miste.
Intorno alla metà degli anni ‘70, a fianco dell’attività violinistica e didattica, inizio anche la mia ricerca etnomusicologica e fondo poi con amici, nel 1978, il Coro Montecastello a voci miste a Neviano degli Arduini, in provincia di Parma. Prima di rendere possibile l’esecuzione per coro misto di un’armonizzazione di Michelangeli (scritta espressamente per il Coro della SAT a voci virili) mi sono innanzitutto posto questa domanda basilare: il significato espressivo del canto, indisgiungibile dalla sua armonizzazione, può essere in qualche modo ‘indebolito’ applicando un cambio di tonalità (cambio obbligato, perché solo in tale modo si può rendere l’armonizzazione fattibile anche ad un coro a voci miste)?
I canti popolari armonizzati da Arturo Benedetti Michelangeli eseguiti dal Coro della SAT diretto da Mauro Pedrotti (CD Divox, 2000)
Quello della trascrizione è un compito estremamente delicato, non certo per il cambio di organico (da coro virile a coro misto) o per il cambio di tonalità obbligato, ma per le infinite attenzioni e il rigore che occorrono in tale operazione, affinché non vengano minimamente alterati i caratteri espressivi dati dall’armonizzatore al brano attraverso il raffinatissimo concatenamento armonico e tutti i segni di espressione connessi. Ovviamente questo criterio di base vale per tutte le composizioni (SAT o non SAT) alle quali si intendono applicare cambiamenti di organico rispetto la stesura originale.
Altra considerazione basilare è cercare di intuire se il brano (in base alla partitura e alle caratteristiche intrinseche) si presti o meno ad un cambiamento di organico. A mio modo di vedere è bene che un musicista prima di tutto non si fidi ciecamente di se stesso, ma che parli e si confronti sul tema con più musicisti possibili. Per quanto mi riguarda (prima di incidere con il Coro Montecastello a voci miste il CD monografico contenente 10 armonizzazioni di A. B. Michelangeli, pubblicato nel 2010) non ho indugiato a chiedere, ascoltare, disquisire, discutere e sentire i pareri sul tema di questi amici musicisti fin dai primi anni di studio legati alla composizione.3
Storicamente parlando, nello scorrere della musica tutti i più grandi compositori da Bach ai giorni nostri hanno scritto, trascritto, reinterpretato, trasportato, fatto cambi di strumentazione, e di più… a composizioni proprie o di altri. Solo per fare un esempio perfettamente calzante al pensiero di Benedetti Michelangeli, si pensi ad esempio che proprio lui ci ha lasciato un’interpretazione pianistica, di inarrivabile bellezza, della Ciaccona di Bach trascritta per pianoforte da Ferruccio Busoni. Inoltre, mi sembra ‘molto bello e popolare’ rispettare la natura di una melodia, anonima o d’autore, perché essa nasce spontaneamente nella più completa libertà artistica e poetica, libertà che porta con sé tutta la forza del tramando orale (ora anche trascritto con voci femminili, grazie all’armonizzazione), senza l’imposizione di recinti riduttivi (‘coro virile sì, coro misto no’), bensì con l’insieme di apporti che ne potenziano i significati espressivi (in questo caso coinvolgendo anche le voci femminili).
Arturo Benedetti Michelangeli con il disco Serafin l’è in bel moro del Coro della SAT (RCA, 1974)
Detto questo, resta implicito che non tutte le armonizzazioni siano adatte a questa operazione. Nella versione per coro misto, attraverso l’esecuzione e l’interpretazione del Coro Montecastello, questi brani acquistano tinte e sfumature nuove, nuove per la naturale disposizione delle voci e della loro tessitura e per un fraseggio che viene proposto in un modo diverso, meno stratificato, maggiormente elastico e discorsivo rispetto all’esecuzione di un coro maschile (quindi a voci pari, ovvero la formazione che nel canto popolare è, ancora oggigiorno, prevalente), forse più compatta nell’insieme ma un po’ più cupa nella timbrica. La proposta obbliga ad un cambio di tonalità rispetto all’impianto tonale originale e per questa ragione non tutte le armonizzazioni ben si adattano alla nuova trasposizione proprio per l’estensione naturale delle quattro voci: soprani, contralti, tenori e bassi, in sostituzione alla disposizione classica per coro virile: tenori primi, tenori secondi, baritoni e bassi. Questo mi ha portato a tralasciarne alcuni per non adottare scelte arbitrarie che si sarebbero inevitabilmente allontanate dal pensiero di Michelangeli e dalla sua scrittura.
Tuttavia quello della ‘tonalità’, se lo si legge in senso lato, diventa nel canto popolare un falso problema, ed è vero invece l’opposto: nessuna melodia è mai stata tramandata e cantata in un tono preciso, per tutte le risapute ragioni storico-musicali ed etnomusicologiche che riguardano la cultura orale. Ovviamente io ho fatto queste trasposizioni (ovvero i cambi di tonalità) e, ci tengo a dire, non trascrizioni, imponendomi il massimo rigore nel rispetto assoluto della partitura, a maggior ragione in quanto la scrittura di Michelangeli è di per sé estremamente dettagliata: puntigliosa nei segni della dinamica, nei cambi di tempo, nel carattere, nelle corone, nei glissati, nelle armonie cromatiche e in mille altre sfumature espressive (comprese certe battute di varianti) con cambiamenti armonici che conferiscono al canto una particolare impronta di unicità. Quindi nessun arbitrio, cambiamento o ribaltamento delle voci interne, ognuna nel proprio ambito di estensione segue, pari pari, l’andamento scritto dal maestro (ho fatto eccezione solo in un punto, ne La pastora e il lupo, dove per due battute i bassi cantano un’ottava sotto per non sconfinare in un’estensione impossibile).
In linea di massima, per quanto riguarda le scelte dei tempi metronomici legati al carattere dei singoli brani, mi è tornato naturale lasciare che l’andamento fosse il più fluido possibile, non tanto per dare un senso di velocità maggiore, ma per poter assecondare momenti di fraseggio dove il legato della melodia risulti ‘più spalmato’ e, secondo me, renda meglio la frase nei suoi momenti di dinamica, ora di tensione, ora di distensione. Questo aspetto mi sembra maggiormente calzante anche in rapporto all’armonizzazione non più per coro virile, ma pensata per coro a voci miste; formazione, questa, che per natura richiede una vocalità dal suono più leggero e scorrevole, meno suddiviso e maggiormente pensato a lunga arcata.
Anche Leone Sinigaglia, noto ricercatore e compositore, allievo di Brahms (che precede di cinquanta anni Michelangeli) non si fa scrupoli nello scrivere lo stesso brano in versioni e tonalità diverse. La stessa La pastora e il lupo di Sinigaglia nella prima edizione a stampa per canto e pianoforte del 1914 viene trattata in fa minore, mentre l’armonizzazione di Michelangeli, datata 1954, risulta in si bemolle minore. C’è da aggiungere, poi, che lo stesso Coro della SAT (e lo condivido in pieno) sa modellare, in rapporto alla maggior resa corale, la tonalità d’esecuzione pur non rispettando la tonalità scritta in partitura dall’armonizzatore.
Il cambio di organico (coro a voci miste) segna un’altra testimonianza in cui il canto popolare continua a vivere e ad essere tramandato anche attraverso microscopici cambiamenti che seguono il tempo. Di fronte a qualsiasi dubbio di lettura o di interpretazione, restano comunque le interpretazioni del Coro della SAT il punto di riferimento sicuro, sia sotto il profilo storico che artistico. L’esigenza di questa nuova proposta per coro misto (non prevista dall’autore) mi sembra lecita proprio per l’importante bellezza musicale-poetica di queste pagine che caratterizzano e impreziosiscono il canto popolare, attualizzandone il linguaggio e perpetuando la tradizione fatta di continui rinnovamenti.
Nell’arte in genere, ma a maggior ragione in quest’area legata al tramando orale, il processo creativo non comporta mai un progetto definitivo, e la ‘mano’ di Arturo Benedetti Michelangeli, nascosta dentro queste melodie agresti, ci ha svelato e confidato ulteriori segreti. Per me, va poi da sé la conclusione… sarebbe un peccato privare un corista appartenente ad un coro a voci miste di una gioia così grande come quella di cantare alcune armonizzazioni Michelangeli, gioia che, invece, nello spirito del canto gli appartiene in tutta pienezza, col diritto di comunicarla e condividerla.
Convergenze e divergenze di opinioni: il pensiero di Mauro Pedrotti e Giacomo Monica a confronto
Questo il punto di vista di Mauro Pedrotti, direttore del Coro della SAT, riportato nell’articolo Realtà e prospettive dei cori popolari misti al Festival di Arco di Antonio Girardi:
«Per i cori popolari misti meglio nuove armonizzazioni e composizioni.
Il maestro della SAT Mauro Pedrotti è intervenuto al seminario di Arco con due relazioni, una per giornata. […] nella sua seconda relazione, inserita nel contesto del seminario propriamente riferito ai cori misti di ispirazione popolare, il direttore della SAT ha innanzitutto distinto fra “trascrizione e trasporto”. Per trascrizione – ha spiegato – s’intende l’adattamento di una musica a uno strumento o a un complesso strumentale o corale diversi da quelli per i quali è stata originariamente scritta. Il trasporto è invece la riproduzione di una musica in tonalità diversa da quella originale (per esempio nel canto per adattarla da una tessitura più bassa o più alta). Il trasporto può servire in un’esecuzione quando ad esempio un cantante è “giù di voce” o un coro non riesce a mantenere l’intonazione. In questo caso si tende ad “alzare” la tonalità del pezzo, “con risultati – a giudizio di Pedrotti – deleteri”. Il maestro ha poi proposto l’ascolto di due brani popolari armonizzati dal pianista Arturo Benedetti Michelangeli (La pastora e il lupo e Ndormènzete popin) mettendo a confronto la versione eseguita dal Coro della SAT e quella “trasportata” da Giacomo Monica per l’esecuzione del Coro misto Montecastello. Ebbene secondo Pedrotti quest’ultimo, pur rispettando scupolosamente la partitura che il grande pianista aveva scritto per il Coro della SAT, offre “qualcosa di profondamente diverso dalla versione originale. Resta da verificare se il risultato, dal punto di vista sonoro, sia o meno accettabile”, anche se a giudizio del direttore del Coro della SAT, quello di Giacomo Monica è comunque un ottimo lavoro. In definitiva, secondo Pedrotti, “i cori misti dovrebbero ampliare il loro repertorio utilizzando nuove armonizzazioni e/o nuove composizioni, riducendo al minimo il ricorso a trascrizioni o a trasporti di tonalità (come nel caso di questi due canti). Nulla vieta di proporre in veste diversa canti popolari già armonizzati, dal momento che testo e melodia sono di dominio pubblico”. Ma – ha concluso Mauro Pedrotti – per questo “naturalmente occorrono buoni musicisti: che non mancano certo in Trentino”».4
Per me invece (al di là di tutte le considerazioni già dette), proprio perché per ragioni musicali espressive può essere ampiamente giustificato, resta lecito finalizzare anche ad un coro misto un determinato brano che, per ragioni testuali e musicali, ben si modella ad un organico a voci miste. Inoltre anche la presenza femminile,
nel canto popolare, resta un pilastro.
Scherzando, vorrei dire che ‘l’unico peccato di Arturo Benedetti Michelangeli’ sia stato quello di non averci lasciato in dono nessuna registrazione delle sue 19 armonizzazioni, con lui in veste di
compositore ed interprete. Ma ci pensate, ad esempio, alla versione pianistica di Ndormenzete
popin, con armonie scritte e suonate da lui?
Con il suo tocco e la sua visione interpretativa?
Sarebbe stato il 20° capolavoro!
Un ringraziamento e un augurio al Coro della SAT per un secolo di storia e di musica (1926-2026)
Non può mancare quindi un grazie al sommo maestro Michelangeli per questa eredità così importante e poetica. E un grazie però ancor più grande ai fratelli Pedrotti e al Coro della SAT, esecutori in prima assoluta di tutte queste armonizzazioni e fedelissimi interpreti. Un trinomio di sinergie indisgiungibile.
Auguri al Coro della SAT per il secolo di storia corale che ci ha donato (1926-2026), un coro che ha creato non solo un modello esecutivo al quale centinaia e centinaia di cori si sono allineati, ma anche, e da sempre, per aver sviluppato modalità e codici compositivi di repertorio, indispensabili a tutti gli armonizzatori che vogliano fare riferimento al canto popolare del Nord Italia. Inoltre, ciò che conta di più per me, è che dalla ‘sorgente SAT’ sgorghi il continuo rigenerarsi di entusiasmi sempre nuovi, volti alla valorizzazione della nostra tradizione contadina in continua evoluzione vitale, intrinseca nel canto.
Leggi tutto l’articolo Realtà e prospettive dei cori popolari misti al Festival di Arco di Antonio Girardi
Leggi l’articolo Naturali armonie di Mauro Pedrotti («FarCoro», 2015, n. 3)
1. Bartók, Béla. Scritti sulla musica popolare, a cura di Diego Carpitella, 2. ed., Torino, Boringhieri, 1977, p. 96.
2. De Carli, Ottavio. Note musicologiche al CD Franco Margola. Musica da camera. Concerti per solista e orchestra (Tactus, 2020)
3. Fra questi ricordo Franco Margola (compositore bresciano, stretto amico di Michelangeli e docente al Conservatorio “A. Boito” di Parma dal 1963 al 1975), Gian Paolo Minardi (critico musicale e a sua volta amico di Michelangeli), Silvio Pedrotti (direttore del Coro della SAT negli anni ’80), Angelo Campori (pianista e direttore d’orchestra bresciano), Marcello Conati (etnomusicologo e insegnante al Conservatorio di Parma), Giorgio Vacchi (ricercatore, armonizzatore e maestro del Coro Stelutis di Bologna), Antonio Burzoni, Mario Fulgoni e Ugo Rolli (tutti maestri di coro e docenti al Conservatorio di Parma), (maestro di coro e docente al Conservatorio di Parma), Mauro Pedrotti (direttore del Coro della SAT) e Umberto Michelangeli (direttore d’orchestra e nipote dello zio Arturo).
4. Girardi, Antonio. Realtà e prospettive dei cori popolari misti al Festival di Arco, «Coralità. Periodico della Federazione Cori del Trentino», 2023, n. 3, pp. 6-10: p. 7; l’intero articolo è scaricabile al sito https://www.federcoritrentino.it/it/editoria/coralit-/coralit–nr–3-anno-2023.











