Un movimento per la riforma della musica sacra

In copertina: Simon Vouet, Santa Cecilia, circa 1626 (University of Texas at Austin)

L’esigenza di una riforma della musica sacra, nell’ambito della chiesa cattolica, emerge nella seconda metà dell’Ottocento. All’epoca la musica da chiesa, pesantemente influenzata dal gusto teatrale di grande successo popolare, sta infatti perdendo gran parte della sua specificità. La rivalutazione, tutta romantica, del senso del sacro porta nell’ambito musicale ad una riscoperta del canto gregoriano, riconosciuto quale canto originario della liturgia, oltre che della grande tradizione polifonica classica a partire dalla produzione palestriniana, mentre inizia ad affermarsi la necessità di ritrovare un linguaggio specifico per la musica da chiesa di nuova composizione. Ciò si intreccia ad un indirizzo religioso, culturale e politico di ampio respiro volto alla rivalutazione della cristianità, in contrapposizione ad una società che si sta sempre più secolarizzando. I Congressi cattolici, che si stanno celebrando a partire dalla metà del XIX secolo, evidenziano questa necessità di affermare i caratteri propri ed autonomi del cattolicesimo anche nell’arte sacra, e di conseguenza nella musica sacra.

Logo dell’Associazione Italiana di Santa Cecilia, fondata nel 1880

A Ratisbona si segnala l’attività di don Carl Proske, nella riscoperta esecutiva della polifonia classica, e l’iniziativa delle edizioni Pustet, che ne diffonde le trascrizioni (con la collana Musica Divina avviata nel 1853). È all’editore bavarese che viene affidata la nuova edizione del Graduale romano su autorizzazione della Santa Sede (1871), che ripropone però gli sviluppi tardivi del canto gregoriano; e ciò mentre a partire dalla metà del XIX secolo nell’abbazia francese di Solesmes, dom Prosper Guéranger ha avviato l’imponente lavoro di recupero del repertorio gregoriano condotto sullo studio paleografico delle fonti musicali medievali. Accanto alla riproposizione, ancora pionieristica, della musica antica diversi compositori iniziano a scrivere brani sacri che traggono ispirazione da quei repertori. Sta nascendo quel movimento per la riforma della musica sacra che assume il nome di cecilianesimo. Nel 1868, su iniziativa del compositore Franz Xaver Witt, nasce l’Associazione di Santa Cecilia dei paesi di lingua tedesca, che unisce le diverse associazioni locali già attive che si intitolano alla santa patrona dei musicisti e che si propongono di dare nuova forza alla musica nella liturgia. Con l’approvazione da parte di Pio IX di questa associazione si hanno le prime indicazioni romane a sostegno di una musica da chiesa che sia prettamente liturgica e purificata dagli elementi mondani. A Ratisbona nasce poco dopo anche una scuola di musica sacra su iniziativa di Franz Xaver Haberl, che viene frequentata anche da molti italiani.

La riforma in Italia

In Italia infatti ci si muove a ruota. Nel Primo congresso cattolico italiano di Venezia (1874) emerge l’esigenza di una riforma della musica sacra. La cura della liturgia è funzionale alla trasmissione della fede: bisogna far uscire il gusto profano dalla chiesa, preparare ed istruire adeguatamente i cantori ed anche iniziare a pensare al nuovo repertorio organistico. Don Guerrino Amelli, tra i primi a perseguire ciò, sostiene l’avvio a Milano di una scuola di musica sacra e, poco dopo, dell’Associazione Italiana di Santa Cecilia (1880). Nasce anche la rivista Musica Sacra (1876) che si propone di divulgare gli ideali ceciliani in Italia; va riconosciuto in queste iniziative il ruolo centrale del compositore friulano don Jacopo Tomadini, in particolare per le scelte di repertorio che vengono proposte. Siamo in una fase di avvio, quando questi indirizzi sono patrimonio di pochi; non mancano le discussioni, in particolare sul canto gregoriano che molti vorrebbero d’uso popolare secondo le tradizioni più tarde, ben più semplici di quanto si stava ricostruendo a Solesmes. Riformare, anche nel senso di ritrovare una dimensione più schiettamente sacra per la musica da chiesa, significa anche andare a rompere tradizioni spesso consolidate e non semplici da superare.

Pio X fotografato da Ernest Walter Histed prima del 1914 (National Portrait Gallery, Londra)

Durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903) le cose si muovono in maniera più decisa, congiuntamente alle nuove istanze di dialogo e di presenza dei cattolici nella società, che trovano un momento chiave nell’enciclica Rerum novarum (1891). Le indicazioni per una maggior cura della liturgia, in cui la musica ha un ruolo principe e deve essere autenticamente sacra, fa parte di quel senso di riaffermazione dello spirito cattolico che intende contrastare la secolarizzazione non tanto in una sterile denuncia ma contrapponendo azioni precise ed evidenti. L’emanazione del Regolamento per la musica sacra della Congregazione dei riti del 1884 propone una prima disciplina contro quelli che vengono definiti “gravi abusi”, poi rafforzata e ribadita con le Normae pro musica sacra del 1894.

Lorenzo Perosi ed il coro della Cappella Sistina, circa 1905

Lorenzo Perosi

Per molti aspetti, un momento decisivo in questo percorso è la nomina di don Lorenzo Perosi alla Cappella Sistina (1898). Il giovane maestro tortonese, che ha avuto modo di studiare anche a Ratisbona, già direttore della Cappella marciana a Venezia, assumendo l’incarico romano viene a portare nella basilica di San Pietro le istanze ceciliane. Perosi è un compositore prolifico, e diventa un modello d’ispirazione per molti grazie alla sua brillante vena melodica come anche all’immediata semplicità, ma non banalità, dei suoi lavori, siano essi piccoli mottetti, ad una o più voci, o messe che risultano spesso facilmente eseguibili. Una per tutte la prima Missa pontificalis a tre voci e organo (composta nel 1896 e pubblicata da Ricordi nel 1899), in cui Perosi utilizza anche il ben riconoscibile motivo di un Alleluia pasquale gregoriano all’interno del Gloria e del Credo. Musica nuova, che affonda le sue radici nel passato, che ben si adatta alle esigenze liturgiche e alle cantorie italiane. Hanno diffusione i volumi delle Melodie sacre (editi dal 1897 al 1908), i cui primi numeri sono integralmente perosiani per poi contenere brani di diversi autori italiani.

Pio X, con il motu proprio sulla musica sacra (1903), imprime una significativa accelerazione per la diffusione delle istanze ceciliane. La società italiana di S. Cecilia, dopo un momento difficile rinasce e grazie all’intervento di nuovi maestri e intellettuali riprende vigore. Tra questi il gesuita triestino p. Angelo De Santi, che ha collaborato alla stesura del documento pontificio. Grazie anche al suo interessamento nel 1908 la nuova edizione del Graduale romano è condotta sulla base del lavoro di restituzione delle melodie gregoriane originarie portato avanti a Solesmes. In questo modo viene sancita definitivamente la scelta di affidarsi ad uno studio filologico delle fonti musicali.

La circolazione delle opere degli autori classici come anche del gregoriano è forse più utopica che concreta, specie a livello periferico dove i mezzi a disposizione sono limitati. D’altra parte si assiste proprio alla crescita di molti cori parrocchiali, nei quali cantano di norma uomini e bambini; la presenza delle donne è inizialmente negata, anche se poi all’atto pratico non mancano deroghe.

Trovano così diffusione a stampa, grazie anche ad editori specializzati, molte nuove composizioni degli autori ceciliani, i quali scrivono tenendo ben presente il tipo di esecutori: la preferenza è per brani semplici, a poche voci, fin dove la liturgia lo consente con l’accompagnamento dell’organo. Tra i più eseguiti compositori ceciliani si possono ricordare, senza la pretesa di completezza, Luigi Bottazzo, Licinio Refice, Giovanni Pagella, Franco Vittadini. Federico Caudana, Oreste Ravanello e Luigi Picchi. Quella delle cantorie parrocchiali diventa un’esperienza nuova, nella misura in cui queste accolgono il canto organizzato di gruppi sempre più numerosi, affrontano nuovi repertori che si allontanano dalla tradizione popolare e dal canto solistico d’ispirazione operistica. Negli anni Venti e Trenta la produzione musicale continua su questa strada. Nascono scuole ed istituti diocesani, mentre l’impegno dei laici per la cura della liturgia è sostenuto dal radicamento dell’Azione Cattolica.

Don Lorenzo Perosi (1872–1956)

Il ruolo dell’organo

Anche l’organo si trasforma. Sullo strumento principe della musica da chiesa si avvia infatti in Italia un percorso di riforma. L’organo di tradizione italiana, con tastiera corta, raramente a più tastiere, e una pedaliera molto limitata, registri spezzati e “da concerto”, poco adatto all’accompagnamento del canto, viene progressivamente sostituito da strumenti sui quali è possibile suonare la letteratura classica d’Oltralpe, ma che soprattutto si prestano molto meglio alle esigenze dell’accompagnamento del canto e della liturgia. Tra i musicisti più attenti all’organo ricordiamo Giovanni Tebaldini, Marco Enrico Bossi e più tardi Ernesto Dalla Libera.

Mentre l’Associazione di Santa Cecilia continua il suo lavoro, a metà del secolo il gusto musicale che ha caratterizzato il cecilianesimo comincia a sembrare inesorabilmente vecchio, a fronte della necessità di trovare un dialogo più stretto con la contemporaneità, anche nell’ambito della liturgia. Non va dimenticato però che l’esperienza ceciliana tra Ottocento e Novecento ha rappresentato un vero e proprio moto di cambiamento e di rivalutazione della liturgia e della musica sacra, moto che ha coinvolto tutta la cattolicità e che ha contribuito non poco alla diffusione del canto corale amatoriale.

Graduale Romanum (1908), introito della prima domenica di Avvento
L’incipit della Missa Brevis di Palestrina nel primo volume di Musica Divina (ed. Pustet, 1853)
Lorenzo Perosi, Missa pontificalis a 3 voci e organo, Kyrie

 
Lorenzo Perosi, Missa pontificalis a 3 voci e organo, particolare del finale del Gloria che usa come la melodia di un gregoriano

Ascolta la puntata di Radio AERCO sul Cecilianesimo!