In copertina: L’interno di un carcere (foto di Aniket Salve)

L’attività corale è di estrema importanza per la formazione psicofisica e artistica di un individuo, ed è inoltre un’attività molto praticata in tutto il globo terrestre.

Al giorno d’oggi però, non si tiene forse abbastanza conto degli aspetti sociologici della realtà corale che può essere definita a tutti gli effetti come una “piccola società”, composta dall’aggregazione di differenti individui che creano un gruppo eterogeneo in cui tutti perseguono e contribuiscono ad un unico obiettivo di divulgazione culturale.

Alla guida del coro è presente il direttore, il cui compito è istruire e mettere tutti gli individui sullo stesso piano, ma anche saper ascoltare le esigenze di ognuno, qualora ci fossero.

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932 (Berna, Kunstmuseum)

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932 (Berna, Kunstmuseum)

Entrare a far parte di una realtà corale non richiede particolari sacrifici se non l’imparare a utilizzare il proprio organo fonatorio: lo strumento voce però richiede una particolare attenzione in termini tecnici, poiché lavorando sull’emissione vocale del gruppo, col fine di puntare alla più alta espressività ottenibile, ha bisogno di molte accortezze che, in una situazione ideale, dovrebbero essere cura di specialisti in materia.

Fare coro porta innumerevoli benefici sociali nonché interpersonali. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che i grandi nomi della storia della musica occidentale hanno spesso iniziato la loro carriera artistica in cappelle musicali. Ma ciò vale anche nell’ambiente del folklore, del quale la musica fa parte, come sottolineava Antonio Gramsci che, in uno dei suoi Quaderni del carcere, la definisce come «“concezione del mondo e della vita”, implicita in grande misura, di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contrapposizione (anch’essa per lo più implicita, meccanica, oggettiva) con le concezioni del mondo “ufficiali” […] che si sono succedute nello sviluppo storico»2.

L’aggregazione sociale nella musica corale può altresì essere favorita anche dalla presenza di repertori in lingue diverse, aspetto che può facilitare una maggiore conoscenza reciproca e, di conseguenza, una migliore socializzazione tra individui di diverse provenienze culturali in quanto la musica è un linguaggio diretto e universale.

La coralità, in particolare nel nostro Paese, è purtroppo troppo spesso sottovalutata e perlopiù poco praticata, sia in generale, nelle scuole e nelle istituzioni pubbliche addette all’istruzione che, in particolare, nei luoghi di riabilitazione della società che si occupano di soggetti, per così dire, fragili, come, ad esempio, nel nostro caso specifico, gli istituti di pena.

Proporre un’attività musicale all’interno di queste strutture rieducative non è sicuramente semplice poiché si ha a che fare con persone in stato di detenzione che bisogna saper letteralmente prendere per mano e coinvolgere fino a portarle alla scoperta di questo magnifico fenomeno integrativo che è il fare musica assieme.

Gustave Courbet, Il mare in burrasca o L’onda, 1870 (Parigi, Musée d’Orsay)

Gustave Courbet, Il mare in burrasca o L’onda, 1870 (Parigi, Musée d’Orsay)

L’esperienza corale, in merito a quanto scritto poc’anzi, può avere infatti finalità che vanno al di là della divulgazione culturale, ossia quella della rieducazione, al fine di un auspicabile reinserimento nella società.

I direttori di coro e i musicisti che si trovano a operare in questi contesti hanno quindi una preziosissima funzione di guida, nel senso più ampio del termine. Se è opinione diffusa pensare alle strutture penitenziarie unicamente come a luoghi di persone che si sottraggono alle norme sociali, chi ci lavora ha la necessità di continuare a credere che, tali persone, come esseri umani, possono portare anche esperienze positive, e sono custodi di emozioni e sentimenti di cui bisogna sempre tenere conto.

Nelle case circondariali e di reclusione la divulgazione corale assurge più che mai a una duplice funzione di arricchimento artistico-culturale e, allo stesso tempo, sociologico-rieducativa. Quello che viene da chiedersi, a questo punto, è: si può parlare di detenute e detenuti come di soggetti deboli? Certamente, nel rispondere a questa domanda, si rischia di entrare su un terreno alquanto scivoloso. Quello che ci si può limitare a dire è che, per una parte di loro (non per tutti, ovviamente), dobbiamo prendere in considerazione almeno i seguenti tre aspetti: il rimorso della colpa, l’emarginazione sociale a causa del pregiudizio e la limitazione della libertà, con l’obbligo di condividere i propri spazi con altri.

Questa nuova esperienza è di estrema importanza non solo per i detenuti-coristi ma anche per il direttore, in quanto, oltre a dover sapere padroneggiare al meglio le sue competenze professionali, si trova a collaborare con gli operatori penitenziari gestendo situazioni delicate (attacchi di panico, stati di agitazione…). Il detenuto, nella maggior parte dei casi, trova inizialmente un machiavello per ottenere “quell’ora d’aria in più”, finendo poi per appassionarsi al mondo corale, a lui fino a quel momento sconosciuto. Il direttore di coro in questo contesto non mira solamente all’espansione artistica dei reclusi ma al loro reinserimento nella società essendo il coro, unitamente ad altre attività – frequenza ad istituti di scuola di ogni ordine e grado e disparati laboratori – un percorso trattamentale che protenderà, si spera, al suo miglioramento sia come singolo che come parte integrante della società, riscatto sociale ivi compreso. Bisogna ricordare che i vari corsi nel loro complesso hanno l’obbiettivo di favorire l’arricchimento culturale poiché spesso si riscontra anche l’ingente problematica dell’analfabetismo. Nei contesti detentivi, far appassionare alla coralità non è cosa semplice. In questo senso il canto è una vera e propria medicina: bisogna accostarlo come un “gioco” nel suo significato più puro che porta piano piano ad appassionare. Si lavorerà esclusivamente con cori a voci pari3, ai quali non si potrà applicare una rigida e dettagliata formazione accademica. Sarà invece necessario cominciare dalla pratica, con piccoli esperimenti che anticipino il risultato finale. Solo allora, i singoli componenti del coro saranno pronti a compiere un salto di qualità. La coralità insegna il rispetto per il prossimo e rompe gli schemi del pregiudizio.

Vedere persone un tempo poco inclini al rispetto delle regole riabilitate grazie all’attività corale non è solo una soddisfazione per il direttore di coro, ma rappresenta anche una crescita culturale per chi sta compiendo il percorso di riabilitazione, che ne ricava maggiore autostima e più fiducia verso il prossimo.

Purtroppo, le persone all’interno di queste strutture sono maggiormente inclini a depressione, psicopatologie o debolezza psicologica, perché segnati da un vissuto difficile, e guardano la propria condizione in maniera aprioristica, faticando a immaginare una situazione differente da quella nella quale già si trovano, avendo la convinzione di non poterla cambiare o che non possa essere solo di passaggio: la musica, in particolare quella corale, può essere di aiuto proprio in questo.

Ma per far in modo che ciò accada, bisogna che ci sia una presa di coscienza della propria condizione e, allo stesso tempo, della capacità di liberazione dalla schiavitù dei propri pensieri, perché «se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze»4.

La coralità non è quindi solo apprendimento e scoperta di un meraviglioso “nuovo mondo”, ma può dare contributi significativi in termini di inclusione, rispetto e collaborazione tra le persone, persone che, forse, avranno anche la possibilità di guardare alla propria vita e al mondo in maniera differente.

Una vera e propria terapia, quindi, che si riflette sulla coscienza, sull’altruismo, sul controllo delle azioni e l’interpretazione del proprio Io, con l’augurio che le ore dedicate all’attività corale possano diventare una vera e propria passione, oltre che una reale possibilità di reintegrazione

per i soggetti socialmente emarginati.

 

di Michele Plescia, direttore di coro e compositore

e Francesca Palma, studentessa alla Facoltà di Sociologia professionale e Didattica delle scienze umane (Università degli Studi del Salento)1

 

1. Gli autori ringraziano Silvia Perucchetti per aver accolto questo contributo fra le pagine della rivista FarCoro e Michele Napolitano, per aver condiviso preziose linee guida in fase di stesura dell’articolo.

2. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, Quaderno 27, 2311. Cfr. anche Fabio Dei, Cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco, Bologna, Il mulino, 2018.

3. Il settore maschile e il settore femminile sono, in carcere, due mondi che non si incontrano praticamente mai.

4. Questo ‘teorema’ venne enunciato nel 1928 dal sociologo statunitense William Isaac Thomas (1863-1947).