Susan Isabel Dacre, Choir of children, 1888

L’uso del coro di voci bianche nel melodramma è radicato nel tempo. In alcuni casi le voci infantili sono state usate allo scopo di delineare l’innocenza o aspetti collegati alla magia: basterebbe pensare, a questo proposito, ai tre geni (in partitura vengono definiti semplicemente Knaben, ‘fanciulli’) della Zauberflöte di Mozart, che non sono “coro” in senso stretto ma suggeriscono l’idea di qualcosa di ultraterreno, oppure all’ultima delle tre apparizioni nel Macbeth di Verdi. Come ulteriore esempio di uso solistico di voci infantili, possiamo citare il ruolo del pastorello nel terzo atto della Tosca di Puccini.

Bernhard Weinmann, Sascha Ulflg e Andreas Kramer provano interpretando i 3 fanciulli in Die Zauberflöte (Il flauto magico) di Wolfgang Amadeus Mozart (foto di Gerd Weiss – Landesarchiv Baden-Württemberg, Germania)

Il coro di voci bianche rappresenta una entità ultraterrena nel finale della Suor Angelica, la seconda opera del Trittico di Puccini. Qui il coro di bambini è infatti espressione delle anime infantili accolte in Paradiso (compreso il figlio morto della protagonista) che sono venute a portare un messaggio di perdono e redenzione alla suora, avvelenatasi dopo aver saputo della morte del bimbo avuto fuori dal matrimonio e causa della sua reclusione conventuale. Ancora in ambito spirituale troviamo i cherubini nel Mefistofele di Arrigo Boito, forse più noto come librettista delle ultime due opere di Verdi che come compositore. Quest’opera – chiaramente ispirata al Faust di Goethe – è caratterizzata da un larghissimo uso del coro, chiamato ad impersonare le masse più eterogenee, dai soldati ai popolani, dagli angeli ai diavoli, passando per gli antichi Greci. Nel finale del prologo dell’opera troviamo appunto il coro di voci bianche come cherubini, accolti da un commento sprezzante di Mefistofele («È lo sciame legger degli angioletti. Come dell’api n’ho ribrezzo e noia»); li ritroviamo nel finale dell’opera, intenti a spargere petali di rose, con effetto di acido corrosivo, sul capo del protagonista sconfitto.

Susan Isabel Dacre, Choir of children, 1888

Molto più frequente è invece l’uso del coro infantile per rappresentare monelli, oppure ragazzi intenti a deridere adulti per qualsivoglia motivo.

Il primo esempio che può venire in mente è quello dei ragazzi che prendono in giro i soldati al cambio della guardia nel primo atto della Carmen di Bizet: i ragazzini guardano i soldati, tra i quali il protagonista maschile dell’opera, don José, e fanno loro il verso usando bastoni come surrogato dei fucili e marciando come vedono fare ai dragoni, sia all’arrivo della nuova pattuglia, sia poi all’uscire della precedente. Il brano è celeberrimo (peraltro credo che la Carmen sia l’opera dalla quale sono tratti il maggior numero di brani conosciuti anche ai profani: come esempi portiamo il tema del preludio, il coro dei bambini, l’entrata del toreador, e – ovviamente – la celeberrima Habanera). Altro celebre esempio in questo senso è il coro dei bambini del secondo atto della Bohème di G. Puccini: il coro accoglie fragorosamente l’arrivo di Parpignol, venditore ambulante di giocattoli, contribuendo all’atmosfera del Quartiere Latino di Parigi, delineato magistralmente nel capolavoro pucciniano.

Un coro di voci bianche fotografato da Gerhard  Weber, circa 1970-1985 (© Deutsche Fotothek)

Una chicca, vera rarità, è l’uso del coro di voci bianche nell’opera (che ritengo sconosciutissima ai più) La Sina d’Vargöun. Scene della Romagna bassa in 3 atti di Francesco Balilla Pratella, melodramma tratto da una storia vera e risalente a prima che l’Autore aderisse al Futurismo marinettiano. Il titolo, apparentemente criptico, è in realtà il nome della protagonista dell’opera: Sina è abbreviazione di Rosa, Rosina, mentre Vargöun è il soprannome del padre della giovane. In effetti al primo – e a quanto mi consta, unico – allestimento dell’opera, risalente al 1908 presso il Teatro Comunale di Bologna, il titolo era stato tradotto in Rosellina dei Vergoni. Il secondo atto di questo melodramma, la cui trama è ben poco originale – lui, lei, l’altra, l’altro – ma che permette all’autore di mostrare alcune usanze tipicamente romagnole, si svolge nella sera dell’11 novembre, giorno di S. Martino, popolarmente detto “la festa dei becchi”, cioè dei mariti traditi. I ragazzi richiamano a gran voce il cornuto più conosciuto della cittadina (Solarolo) e lo sbeffeggiano, accolti dal malcapitato con getto di acqua da un secchio, poi riescono ad attirarlo fuori di casa e danzano intorno all’uomo. La scena, almeno sullo spartito, è piuttosto lunga e complessa; del resto, Pratella era allievo di Composizione di Pietro Mascagni, e come lui non brillava nel corretto trattamento delle voci, comprese quelle dei ragazzi.

Torniamo alla Tosca di Puccini: nel primo atto viene messo in scena un Te Deum di ringraziamento per una vittoria delle forze austriache contro Napoleone (che poi si rivelerà in realtà una bruciante sconfitta, la battaglia di Marengo). Puccini, che aveva un passato da organista liturgico, come del resto i suoi antenati, sapeva benissimo che nell’uso ecclesiastico le voci femminili erano sostenute da ragazzi e si è adeguato, in questa scena, alle usanze papaline: d’altra parte, l’opera si svolge a Roma. Ancora Puccini, questa volta a scopo coloristico, introduce nella Turandot, opera postuma che quest’anno festeggerà il secolo di vita, il coro di voci bianche sempre in presenza della protagonista, curiosamente raddoppiato da due saxofoni contralti.

E Verdi? E Rossini, Bellini, Donizetti? Gli ultimi tre… non pervenuti, mentre Verdi si serve del coro di voci bianche solo in un’opera, precisamente Otello (non a caso il librettista è Boito), penultimo melodramma del ‘Cigno di Busseto’. Anche in questo caso lo scopo è coloristico: si tratta dei bambini di Cipro (luogo dell’azione dell’opera) che rendono omaggio a Desdemona come moglie del governatore dell’isola per conto della Serenissima. Da rimarcare anche i mozzi della Gioconda di Amilcare Ponchielli, all’inizio del secondo atto, che cantano una brillante marinaresca. (Sottolineo che l’opera di Ponchielli si situa diversi anni prima di Otello, e anche che tra gli allievi di composizione di Ponchielli a Milano figurano Puccini e Mascagni).

Per ‘mettere il naso’ fuori dai confini nazionali (Bizet a parte), Richard Wagner, che non è un grande utilizzatore del coro di voci bianche, lo usa nell’opera Parsifal (l’ultima del genio di Lipsia) indicando i fanciulli come messaggeri del Graal, e situandoli nella parte alta della cupola, nella sala dove si svolge il primo atto dell’opera.

Tentiamo anche una breve disamina dal punto di vista tecnico: limitandoci ai cori propriamente detti, quindi escludendo i fanciulli mozartiani e affini, notiamo che nella maggior parte dei casi il coro di voci bianche è scritto all’unisono o al massimo a due voci. Verdi lo scrive all’unisono ma con un’estensione piuttosto ampia, dal Sol diesis sotto il rigo in chiave di violino fino al Mi del quarto spazio, ma comunque insieme al coro di adulti, e con un curioso accompagnamento di mandolino, cornamusa e chitarra. Wagner lo scrive a due voci (soprani e contralti), ma ancora con supporto del coro e con un’estensione che tocca il Fa della quinta linea. Pratella usa invece sporadicamente la scrittura a due voci, mantenendosi in una zona centrale del registro.

Il coro di voci bianche nell’opera

Un elenco essenziale

a cura di Alessio Romeo

a cura di Alessio Romeo
compositore

Battistelli, Giorgio (1953)
CO2 (2015)

Bizet, Georges (1838-1875)
Carmen (1875)

Boito, Arrigo (1842-1918)
Mefistofele (1868)

Filidei, Francesco (1973)
Il nome della rosa (2025)

Henze, Hans Werner (1926-2012)
Der junge Lord (1965)

Humperdinck, Engelbert (1854-1921)
Hänsel und Gretel (1893)

Janáček, Leoš (1854-1928)
La piccola volpe astuta (1924)

Leoncavallo, Ruggero (1857-1919)
Pagliacci (1892)

Massenet, Jules (1842-1912)
Werther (1892)

Musorgskij, Modest (1839-1881)
Boris Godunov (1874)

Ponchielli, Amilcare (1834-1886)
La Gioconda (1876)

Puccini, Giacomo (1858-1924)
La bohème (1896)
Tosca (1900)
Turandot (1926)

Pratella, Francesco Balilla (1880-1955)
La Sina d’Vargöun (1909)

Verdi, Giuseppe (1813-1901)
Otello (1887)

Wagner, Richard (1813-1883)
Parsifal (1882)