In copertina: Il Coro CAT Gardeccia diretto da Mario Graziani

Nel corso della festicciola nella vecchia canonica per salutare i venti anni di Nevio, cinque amici (tra i 18 e i 20 anni) decisero di dar seguito al loro amore per i canti di montagna formando un quintetto che potesse eseguirli anche in pianura. Oltre al festeggiato c’erano Cesare, Gigi, Giordano e Giuseppe. Era il 29 settembre 1949. Assieme a loro, lo testimonia una rara foto, c’erano anche don Novello Pederzini, allora assistente dei Giovani Cattolici, e Arnaldo Graziani, che dopo qualche tempo si unì agli amici formando in pratica un sestetto. C’era anche l’estroso amico burattinaio Giacomo Barbieri a cui chiesero di inventare lì per lì il nome per il neonato complesso. Bisognava battezzarlo subito! Giacomo, preso alla sprovvista, non seppe che esclamare: Cat, cum’s fa?, ossia: ‘Perbacco, [traduciamo liberamente], come si fa?’. Per l’assonanza con SAT (nome del mitico coro dei maestri trentini) e anche con CAI, Club Alpino Italiano, quel nome, CAT, fu adottato all’unanimità. “Quintetto CAT”, dunque: una formazione piccola, ma allora erano molto apprezzati i minimi complessi canori come il Duo Fasano, il Trio Lescano, il Quartetto Cetra. Ad ogni modo il quintetto si raddoppiò nel 1959 e, raggiunta la trentina di elementi nel 1965, al nome iniziale venne aggiunto il ‘cognome’ Gardeccia, dal rifugio delle Dolomiti in Val di Fassa dove quei giovani solevano prendere lezioni di roccia da un famoso prete scalatore, don Tita Soraruf.

Nei primi anni di attività il quintetto si esibiva nelle parrocchie di campagna attorno a San Giovanni in Persiceto, preceduti da un amico in vespa che, in veste di procuratore, avvicinava i preti locali decantando le lodi di quei bravi giovani che, se invitati, avrebbero portato piacevoli canti ai parrocchiani. Le serate si concludevano con qualche bicchiere di vino, pane casereccio e fette di salame con l’immancabile ciambella dura preparata dalla perpetua. Tra cibi e bicchieri i bis si sprecavano. Gradualmente crebbe la popolarità del coro, anche nelle province limitrofe. Tantissime furono le esibizioni in teatri, chiese, scuole, case di riposo. Il Cat fu invitato un paio di volte nella Sala Bossi del Conservatorio “G. B. Martini” di Bologna e nella sede prestigiosa della Famèja Bulgnèisa. Ci furono anche buoni piazzamenti in competizioni corali, che poi si decise tuttavia di tralasciare perché il maestro Nevio Forni – come fece chi gli successe dopo 50 anni di direzione – amava presentare i brani con variazioni dettate dall’estro del momento, mentre i concorsi, si sa, richiedono di eseguire scrupolosamente quel che gli spartiti prescrivono.

“Si innalzan nel cielo /le guglie dentate” (Inno al Trentino)

Per intuizione e volere del secondo direttore, Arnaldo Graziani, vennero immesse nel coro, agli inizi del 2000, alcune presenze femminili perché cantassero nel rigo dei tenori: di questi si era iniziato ad avvertire la scarsità poiché i giovani di nuova generazione, sempre più alti, erano e sono per contrasto sempre più ‘bassi’… o baritoni. Quell’innesto di voci femminili si rivelò una buona idea per il Cat Gardeccia, che da un lato poteva sempre essere definito ‘coro a voci pari maschili’ e dall’altro ne godette in fresca sonorità. Nei primi anni ‘70 il repertorio aveva iniziato a differenziarsi: non si era più una semplice ‘cover’ dei canti della SAT, ma accanto a questi si inserirono brani di giovani autori italiani e stranieri.

Si accumularono nel tempo episodi, piacevoli e bizzarri, da rivivere nei momenti di relax, di solito attorno a tavole imbandite. Come quella volta che, invitati a cantare alla Casa di Riposo per Musicisti “G. Verdi” di Milano, il nostro direttore fu chiamato al telefono e dall’altra parte del filo (non c’erano ancora i cellulari) sentì la voce di Bepi De Marzi che, informato dalla direzione della Casa del nostro concerto, gli augurava “in bocca al lupo” per l’esecuzione da effettuare di fronte agli illustri ospiti lì presenti (e fu un successo, con quell’imprevisto e amichevole viatico!). Bello ricordare anche gli episodi ‘estremi’! Ad esempio, ci fu un concorso in cui tutto andò benissimo fino all’ultimo canto: già assaporavamo un piazzamento prestigioso, quando una briciola di pane inceppò il diapason cromatico del direttore, ne uscì una nota impropria che portò all’intonazione errata del cantore che doveva partire da solista, e… ‘il naufragar fu amaro’ per il coro, senza ciambella di salvataggio, proprio nel brano libero che avevamo scelto di presentare perché a noi congeniale.

 

 Ivrea, 1972: in attesa del verdetto della giuria, timorosi e speranzosi

Sapete quando abbiamo cantato con meno spettatori? Ci aveva chiamati il parroco di una frazione di campagna, nella Bassa modenese, per un concerto da tenersi l’antivigilia di Natale. Partimmo verso sera stipati in alcune macchine, dopo pochi chilometri iniziò a scendere qualche fiocco di neve e in breve fummo dentro un’intensa nevicata. Arrivammo nella sperduta chiesetta avvolta e circondata da un bianco manto. Il parroco ci stava attendendo e ci venne incontro spalancando le braccia e scusandosi, ancor prima di salutarci, perché il maltempo aveva scoraggiato la gente ad uscire e scarso sarebbe stato il pubblico. Entrammo nel gran freddo della chiesa, unico fuocherello la lampada del Santissimo. C’erano solo la madre del sacerdote, due pie donne e un ragazzino. E il parroco, naturalmente. Il nostro direttore ci esortò a cantare dando il meglio di noi stessi: per chi era lì, per le nostre famiglie e per onorare il Bambinello già posto in anticipo nella culla. E attaccammo con la Nenia a Gesù Bambino. Durante il canto era entrata una sesta persona, un ritardatario pensammo, rimasto in piedi accanto alla porta. Al momento degli scarni applausi lo vedemmo avvicinarsi al parroco e sussurrargli qualcosa all’orecchio. Il sacerdote si alzò e con ulteriore imbarazzo ci disse che era stato chiamato per somministrare un’estrema unzione, che lo scusassimo ancora, sarebbe tornato presto e portò con sé il ragazzino come chierico. Il Cat Gardeccia continuò il suo concerto davanti alle tre signore che presto si addormentarono avvolte nel calore dei loro scialli. I brani in programma vennero comunque tutti eseguiti tranne Adeste fideles che, troppo rumoroso, avrebbe potuto risvegliare le nonnine. Ce ne andammo in punta di piedi. Fuori la neve non cadeva più. C’era una meravigliosa luna piena che faceva risplendere il paesaggio imbiancato. Puliti i parabrezza, avviammo i motori e partimmo lentamente con una gioia sommessa nel cuore. Un leprotto bianco sul ciglio della strada ci salutò con curiosità.

I cinque amici fondatori del CAT Gardeccia assieme al prete scalatore don Titta Soraruf, che in alta Val di Fassa li aveva ammaliati con la bellezza della roccia e del canto

Ma quando invece ci ascoltarono più spettatori? Fu in Austria, a Wolfsberg, a margine del raduno mitteleuropeo di cori. Forse il nostro Cat era piaciuto particolarmente per la varietà dei brani eseguiti nella serata di gala in cui tutti i cori presenti si erano esibiti al meglio. Fatto sta che un signore si avvicinò e ci chiese di cantare all’indomani per la compagnia nazionale di elettricità la cui riunione si svolgeva nei pressi. Accettammo e il giorno dopo il nostro autobus ci depositò all’entrata di un enorme capannone in cui si svolgeva il congresso. Entrammo in una bolgia di un migliaio di persone, uomini e donne, intente a mangiare, bere per lo più e urlare come si fa per intendersi quando il frastuono è sommo in un ambiente chiuso. Il nostro direttore sbiancò in viso: come avremmo potuto cantare in un posto simile? Ma furono pochi gli attimi di perplessità: il signore che ci aveva contattato il giorno prima prese il microfono e immediatamente tutti zittirono, come per incanto. Decisive furono le sue parole e duraturo fu il silenzio. Iniziammo a cantare un programma preparato ad hoc, in cui l’allegria dominava. Gli applausi per ogni brano furono intensi e addirittura una standing ovation accolse La Montanara, canto inaspettatamente da loro ben conosciuto.

ll CAT in visita alla sua… metà (Gardeccia): nel rifugio omonimo

Nel 2007, dopo anni di gestione amatoriale, il CAT si diede necessariamente uno statuto per poter essere accettato dal Terzo Settore: formammo il primo consiglio di associazione, con tanto di presidente, segretario, tesoriere… come è richiesto e conviene.

Nel 2008 la direzione musicale fu assunta da Mario Graziani, figlio di Arnaldo scomparso poco prima. Il coro allargò ancora i suoi confini geografici recandosi in canto ed amicizia dalle Alpi alla Sicilia, e alcune volte anche all’estero. Naturalmente non trascurammo mai le terre i cui cori sono, come noi, accolti da AERCO.

Il forte terremoto del maggio del 2012 ci costrinse a lasciare il bell’oratorio settecentesco, dove siamo poi tornati, per una sede provvisoria, ma pur sempre in uno dei locali che la nostra Parrocchia ci ha sempre messo a disposizione. Il Covid ci obbligò poi a cantare in maschera e distanziati, con tanta difficoltà: avevamo appena festeggiato il nostro 70° dalla fondazione.

Siamo comunque sopravvissuti e lo scorso 29 novembre 2024, per festeggiare il prestigioso 75°, abbiamo riempito di amici e di simpatizzanti quel grande teatro, il Fanin, dove il coro nel lontano 1965 divenne Cat Gardeccia. Abbiamo eseguito in quell’occasione canti provenienti da 15 diverse regioni d’Italia, per abbracciare simbolicamente tutti gli amici in canto che abbiamo un po’ dovunque. Finora 108 coristi hanno cantato nel Cat Gardeccia e una ventina di loro, che ricordiamo con affetto, cantano ora nel coro degli Angeli.

Don Lino Civerra gratifica il 75° del Coro, nato, cresciuto e sempre alloggiato in Parrocchia

Dopo circa 700 concerti ed esibizioni non ci resta che augurare a chi ci sostituirà di giungere col nostro entusiasmo e amore per il canto, e con tanta voce, al Centenario.